Dott. Marta Tibaldi - Psicologa – Psicoterapeuta – Psicologa analista junghiana (AIPA-IAAP) - Didatta dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e dell’International Association for Analytical Psychology (IAAP)
lunedì 28 febbraio 2022
Marta Tibaldi presenta il libro di M. Tibaldi - S. Massa Ope, Pandemia e trasformazione. Un anno per rinascere, Moretti e Vitali, Bergamo 2021
domenica 19 dicembre 2021
Davide D'Alessandro intervista Marta Tibaldi su Pandemia e trasformazione. Un anno per rinascere, scritto con S. Massa Ope e pubblicato da Moretti & Vitali 2021
venerdì 9 aprile 2021
Marta Tibaldi in conversazione con Andrea Pamparana, Il Covid e la malattia: come trasformarla in modo creativo
Marta Tibaldi
Il Covid e la malattia:
come trasformarla in maniera creativa.
La metafora alchemica junghiana descrive un percorso di trasformazione che si compie dapprima confrontandosi con esperienze di confusione, di angoscia e di caos; segue quindi la presa di coscienza della complessità e degli aspetti contrastanti che caratterizzano la realtà psichica e il mondo, realizzando infine quel nucleo di stabilità interna che orienta ognuno di noi anche nelle situazioni più inattese e difficili dell’esistenza, come è stata ed è ancora la pandemia da Covid-19.
martedì 29 dicembre 2020
Marta Tibaldi, Emozioni a colori
Marta Tibaldi
Emozioni a colori
Non c’è dubbio che esista un legame tra le emozioni e i colori. A livello individuale ognuno di noi almeno una volta ha certamente fatto l’esperienza di preferire un colore a un altro, a seconda dello stato d’animo. In termini culturali espressioni idiomatiche come, ad esempio, “essere di umore nero”, “diventare verde di invidia”, “arrossire per l’imbarazzo” etc. veicolano a loro volta emozioni il cui significato è compreso e condiviso a livello collettivo.
Un modo per diventare consapevoli dei colori delle emozioni è sviluppare un atteggiamento riflessivo, ovvero rivolgere l’attenzione verso noi stessi e ciò che proviamo nel momento in cui ci rendiamo oggetto della nostra attenzione. Lo possiamo fare anche in questo momento: quale è il colore che qui e ora esprime al meglio il mio stato d’animo? Quale espressione idiomatica potrebbe raffigurare al meglio le emozioni che sto provando adesso?
Da sempre nella storia del pensiero e delle culture i colori hanno rappresentato in forma simbolica esperienze interne ed esterne. In campo psicologico-analitico Jung ipotizza, ad esempio, che la scelta dei colori sia legata alla tipologia psicologica e alla nostra funzione psichica prevalente[1]; quindi anche al nostro modo di conoscere e di rappresentarci il mondo. Ma vale sottolineare che i colori delle emozioni e le espressioni idiomatiche non danno forma soltanto ai vissuti dell’Io e alla dimensione inconscia personale, essi veicolano anche livelli psichici più ampi e profondi che riguardano il Sé e i processi d’individuazione, il ‘compimento’ dell’anima individuale e dell’Anima mundi[2]. Si legga, a questo proposito, il sogno di una paziente di cultura cinese, che dà visibilità immaginale al processo di trasformazione profonda in atto nella sua psiche e di cui la paziente è ignara a livello cosciente; movimenti inconsci che svelano una dinamica finalistica grazie al rimando alchemico:
“Mi trovo con alcune persone in una casa funeraria, dove si conservano le ceneri dei defunti. Un amico di famiglia è morto e le sue ceneri sono state collocate in questo spazio. Sono con altre persone e ci interroghiamo su chi debba rimanere a vegliare le ceneri del defunto. Si decide che tocca a me [si noti che ci troviamo qui in presenza di un confronto con la morte, caratteristico dello stato alchemico della nigredo]. Mi sento responsabile del compito che mi è stato affidato ma provo anche un po’ di paura, perché rimarrò da sola nella casa funeraria. Anche se non so bene come farò, accetto il compito che mi è stato affidato e penso: “Anche se dovesse essere un’esperienza orribile, troverò il modo di fare fronte” [la paziente è consapevole di dovere passare attraverso l’esperienza del nero per potere accedere a un nuovo livello di consapevolezza, rappresentato alchemicamente dall’immagine dell’albedo]. La scena cambia: sto camminando per strada, incontro una collega, che con sguardo di sorpresa mi dice: “Il tuo vestito nero è diventato rosso [il colore rosso rassicura sul buon andamento del processo in atto e sulla tendenza verso il ‘compimento’ rubedo]”. Mi guardo, e mi accorgo con sorpresa di essere vestita di rosso dalla testa ai piedi. Sebbene nella realtà indossi raramente questo colore, nel sogno so che voglio essere vestita proprio di rosso.”[3]
La consapevolezza del legame simbolico dei colori con le emozioni dell’Io e le trasmutazioni del Sé rende comprensibile ciò che la lettura a livello egoico non può spiegare: nel tempo attuale la comprensione transpersonale dell’esperienza pandemica ne è un lampante esempio.
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[1] Si tratta della distinzione tra tipi introversi e tipi estroversi e le funzioni del pensiero, sentimento, sensazione e intuizione (cfr. C.G. Jung (1921), Tipi psicologici, OC6, Boringhieri, Torino 1969)
[2] Il Sé rappresenta la matrice archetipica della personalità, il suo massimo potenziale e la meta finale del processo d’individuazione, in quel movimento circolare e a spirale che il simbolo dell’Uroboro ben rappresenta. Nella teorizzazione junghiana l’Anima mundi è lo “spirito di vita” che anima il mondo, la vitalità della natura.
[3] M. Tibaldi, “L’opera al rosso. Il ‘compimento’. Stati di rubedo nell’esperienza analitica”, in S. Massa Ope, A. Rossi, M. Tibaldi (a cura di), Jung e la metafora viva dell’alchimia. Immagini della trasformazione psichica, Moretti & Vitali, Bergamo 2020, p. 197.
lunedì 21 dicembre 2020
Marta Tibaldi, Depressione: indietreggiare per saltare meglio
Marta Tibaldi
Depressione: indietreggiare per saltare meglio
Jung usa l’espressione “reculer pour mieux sauter” (indietreggiare per saltare meglio) per descrivere la stagnazione dell’energia psichica che caratterizza l’esperienza della depressione. A differenza del movimento progressivo della libido, che comporta “l’avanzamento quotidiano del processo psicologico di adattamento”[1], nella stagnazione psichica la persona depressa sperimenta una perdita di energia. Essa è causata da una regressione libidica che con il suo movimento retrogrado va a costellare contenuti inconsci precedentemente rimossi o mai giunti alla coscienza. La depressione, scrive Jung: “[…] aumenta il valore dei contenuti che prima erano esclusi dal processo cosciente di adattamento, [i quali] sono di norma ‘oscuramente consci’, o del tutto inconsci".
Sebbene a una valutazione superficiale l’esperienza della depressione possa apparire soltanto negativa, perché fa affiorare alla coscienza “il fango e la sozzura” dei contenuti e delle emozioni che si agitano oscuramente sul fondo della personalità, in realtà “[…] in questi materiali è possibile individuare non solo residui incompatibili e quindi respinti dell’esistenza quotidiana, o tendenze primordiali, incomode e riprovevoli dell’uomo animalesco, ma anche germi di nuove possibilità di vita. […] E’ [infatti] uno dei grandi valori della psicoanalisi portare alla luce senza vergogna i contenuti incompatibili, cosa che rappresenterebbe un avvio perfettamente inutile, e anzi da respingere, se proprio nei contenuti rimossi non vi fossero le possibilità di un rinnovamento dell’esistenza.”[2]
Senza volere negare i pericoli della depressione, soprattutto quando è prolungata e non compresa nella sua richiesta trasformativa, Jung invita a considerarla un’esperienza di nigredo che chiede alla persona depressa un ampliamento della coscienza (albedo) verso il riequilibrio e la rigenerazione della personalità totale (rubedo).
Guardare alla depressione come a una prima materia da trasmutare, significa imparare ad accogliere anche i momenti oscuri dell’esistenza, integrandone il potenziale trasformativo. (Il quadro è Sulla soglia dell’eternità è di Vincent van Gogh)
mercoledì 25 novembre 2020
Marta Tibaldi, La conversione della mente
Marta Tibaldi
La conversione della mente
Nella giornata contro la violenza sulle donne (e sul femminile psichico) vorrei ripotare alcune considerazioni di Annarosa Buttarelli, che in Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore, Milano 2017) teorizza la necessità di una “conversione trasformatrice della mente [degli uomini e delle donne]”:
“L’eterna istanza del femminismo […] non riguarda più solo la vigilanza sui diritti, non riguarda l’uguaglianza di trattamento economico, anche se non la esclude, ma riguarda il conflitto tra forme della mente, tra ordini simbolici. Non riguarda più lo scontro tra uomini e donne, che pure esiste ancora, ma poiché le coordinate di questo conflitto ci sono ben chiare, il livello da un po' di tempo è un altro: è il conflitto tra le forme della mente, tra gli ordini simbolici che si stanno contendendo il mondo tra loro.” (ivi, pp. 15-16).
Con le dovute differenze, la riflessione di Buttarelli va in parallelo con quanto si chiede Riane Eisler in Il calice e la spada. La presenza dell’elemento femminile nella storia da Maddalena a oggi (Frassinelli, 2006): “E’ realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti, di ingiustizia sociale e di squilibrio ecologico a un sistema che porti alla pace, alla giustizia sociale e all’equilibrio ecologico? E soprattutto, quali cambiamenti della struttura sociale renderanno possibile questa trasformazione?” (ivi, p. 3). Nel descrivere due modelli organizzativi, “quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), e quello ginocentrico, fondato sulla collaborazione e la parità tra i sessi (simboleggiato dal calice), Eisler individua nella “gilania” “una forma di pensiero completamente altra rispetto a quella del pensiero patriarcale, che è caratterizata dal predominio del sesso maschile della subordinazione di quello femminile” (p. X).
Nel 2013 il medico, scrittore e fotografo argentino Ricardo Coer si spinge in Cina, fino alla provincia dello Yunnan, lungo le sponde del lago Lugu, per documentare la cultura della minoranza etnica matrilineare dei Mosuo e il loro modo di intendere il matrimonio (Il regno delle donne, Nottetempo, Roma 2013).
Si tratta di una forma di matrimonio (axia) che Coer definisce "ambulante" e che somiglia ben poco a quello occidentale: “Ognuno vive a casa propria, e di notte l’uomo va a trovare nella sua camera la donna con cui ha fissato un appuntamento. La parola xia significa “amanti”, e il prefisso a sta a indicare intimità” (p. 29). Questo tipo di relazioni tra donne e uomini Mosuo non comporta alcun vincolo: “La visita dura quanto la notte e non implica che ci si debba vedere di nuovo. […] Sia gli abitanti di altri villaggi, sia i forestieri possono avere un axia con le donne Mosuo, che però non esitano a lasciare fuori dalla porta chi si mostri poco gentile o si esprima in termini scurrili.” (pp. 29-30).
Le famiglie Mosuo ruotano esclusivamente intorno alle madri e alle nonne e non contemplano “l’idea dell’uomo o della donna ideali, la fantasia che tra i rappresentanti dell’altro sesso ci sia qualcuno che è la nostra esatta metà, e che ci voglia un po’ di buona volontà per incontrarlo”. Questa è una caratteristica della cultura occidentale e, aggiunge Coer, “un’incomparabile materia prima per la fabbrica dell’insoddisfazione. […] Le Mosuo professano la saggezza di quel che non c’è, di ciò che non si può avere, una saggezza che le preserva da quelle illusioni che, restando disattese, le lascerebbero deluse, con il rischio di trasformare in costanti passeggere del treno della lagnanza. E’ come se non sperassero di trovare, in un uomo, niente di diverso da ciò che trovano” (pp. 174-175).
Leggendo le parole di Coer non si può fare a meno di riflettere sulla differenza che intercorre tra il “matrimonio ambulante” delle donne Mosuo, quello religioso occidentale, con le sue caratteristiche di fedeltà e di indissolubilità e il "matrimonio individuativo" di cui parla Adolf Guggenbuehl-Craig in Matrimonio. Vivi o morti ( Moretti & Vitali, Bergamo 2000): “Il matrimonio [è] un itinerario di sviluppo e di trasformazione dell’intera personalità, [...] perché obbliga uomo e donna al confronto con gli aspetti più oscuri, sgradevoli e difficili dell’incontro e dell’amore, e con i molteplici aspetti “normali” e “anormali” della sessualità”.
Il “matrimonio ambulante” delle donne Mosuo, il matrimonio cattolico, il "matrimonio individuativo" sono tre realtà psicologiche e antropologico-culturali diversissime tra loro. In occasione della giornata contro la violenza sulle donne possono essere uno stimolo di riflessione verso la "conversione trasformatrice della mente".
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sabato 3 ottobre 2020
venerdì 7 agosto 2020
Marta Tibaldi . Malattie, epidemie e dèi
Marta Tibaldi
Malattie, epidemie e dèi
In Oltre il cancro. Trasformare la malattia che temiamo di più (Moretti & Vitali, Bergamo 2010) qualche anno fa proponevo una lettura della malattia oncologica in prospettiva mitica. Rifacendomi al mito di Filemone e Bauci - i due anziani coniugi che, unici tra tutti, accolsero nella loro casa gli dèi Zeus ed Ermes, che erano travestiti da viandanti - paragonavo il cancro a un ospite inatteso, a uno "straniero", che possiamo accogliere o rifiutare. Il mito racconta che gli dèi, svelata la loro identità, esaudirono il desiderio di Filemone e Bauci di potere morire insieme: la loro casa fu trasformata in tempio, mentre le acque sommersero tutte le altre abitazioni.
Laurent de Sutter in Cambiare il mondo. L'epidemia degli dèi (Tlon, Roma 2020) offre una lettura storico-mitologica delle epidemie, in modo analogo alla mia proposta di leggere il cancro su un registro mitico. Ricordando che nell'antica Grecia "le epidemie, per definizione, riguardavano gli dèi che non appartenevano a un luogo", de Sutter scrive: "Quando una divinità decideva di visitare la città, ovvero entrava per un momento a far parte di un luogo (epì-demos, "ciò che è sul posto") era cosa opportuna ringraziare in maniera appropriata - perché non capitava tutti i giorni di ricevere una visita del genere." (pos. 11 di 225). I Greci erano consapevoli dell'importanza delle "visite degli dèi", qualunque ne fosse la forma, perché offrivano ai mortali l'opportunità di ritualizzare la coesistenza reciproca, garantendo l'ordine del mondo.
La lettura simbolica delle malattie, delle epidemie e, per estensione, della pandemia da Covid-19, stimola a riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con ciò che è (psicologicamente e fisicamente) estraneo, ignoto e inatteso, e sul fatto che in esso si possa nascondere "un dio", che chiede di essere accolto. Se sostituiamo all'immagine degli dèi quella della psiche inconscia, soprattutto nei suoi aspetti archetipici, comprendiamo facilmente ciò che Freud intendesse con le parole "L'Io non è più padrone in casa propria", ovvero James Hillman con l'espressione "Gli dèi sono diventati malattie."
Oggi si gioca una partita di consapevolezza (troppo spesso, di inconsapevolezza) nei confronti delle relazioni che legano il nostro Io alla psiche inconscia, agli altri esseri viventi (umani e non), al mondo e alla vita stessa. Al pari di Filemone e Bauci, dobbiamo scegliere se accogliere o meno "gli dèi", avendo il vantaggio di conoscere già il finale della storia. Nota ancora De Sutter: [...] le epidemie erano dei protocolli di coesistenza con le potenze inumane - un modo di riconoscerne l'esistenza, accettarne l'importanza all'interno dello spazio umano, e circoscriverne i pericoli, per quanto fatali." (pos. 48 di 225). Per cambiare il mondo abbiamo bisogno di pensare "alla costruzione di nuove condizioni di vita in tutto il pianeta [...] una rivoluzione costruttiva, nel senso più proprio del termine." (pos. 162 e 169 di 225).
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mercoledì 8 gennaio 2020
Pensare la malattia oncologica. Un approccio junghiano
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lunedì 23 dicembre 2019
Trauma grave: la ricchezza dell'approccio psicoanalitico integrato
Di questa modalità psicoanalitica vorrei sottolineare un aspetto caratteristico, ovvero l'elaborazione delle identificazioni del traumatizzato con il ruolo di vittima e con quello con l'aggressore, identificazioni che agiscono al suo interno in modo più o meno conscio: "un traumatizzato, abusato e maltrattato, per forza di cose avrà dentro di sé da una parte un'identificazione con la vittima, ma dall'altra anche con il persecutore". Se l'identificazione con la vittima è, per così dire, più diretta e visibile, l'identificazione con l'aggressore, che porta con sé aggressività e senso di colpa dissociati, ha manifestazioni più indirette, come, ad esempio, l'autodistruttività, comportamenti alimentari patologici, autolesionismo e ideazioni suicidare, violenza nelle relazioni interpersonali.
Poiché il trauma grave distrugge la relazione con la propria vitalità interna e precipita la persona traumatizzata nella dissociazione psichica, nella disperazione e nella violenza distruttive, la ricomposizione delle parti psichiche dissociate ridà vita alla vita stessa, collocando l'esperienza traumatica in una trama di significato complessa, che riconcilia le relazioni tra parti interne e quelle con gli altri e il mondo. In altri termini: "Il trauma grave ci precipita nell'oscurità del non-senso - di cui dobbiamo conoscere, riconoscere e sapere trattare le dinamiche al meglio della nostra professionalità -, ma è nell'oscurità di quel non-senso che si svela, inattesa, la dorata luminosità delle stelle." (M.Tibaldi, "Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito", in Onofri, A. - La Rosa. C., Dal basso in alto (e ritorno). Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo, EMDR, Apertamenteweb, Roma 2017, p. 318
domenica 13 ottobre 2019
Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese semplificato) - Marta Tibaldi, 2018, Beijing United Publishing Co., Ltd.
Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese semplificato) - Marta Tibaldi, 2018, Beijing United Publishing Co., Ltd.
Casa editrice: Beijing United Publishing Co., Ltd., Beijing
ISBN: 978755962491
pagine: 232
data di pubblicazione 2018
Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese mandarino) - Marta Tibaldi, 2017, PsyGarden Publishing Company
L’edizione in cinese tradizionale è stata corredata di un’Avvertenza che spiega al pubblico cinese il significato di alcuni riferimenti culturali italiani presenti nel testo originale e da un’Appendice, che illustra come fare immaginazione attiva, utilizzando in particolare la mia tecnica di scrittura Active Deep Writing, che è propedeutica alla pratica del metodo stesso.
venerdì 11 ottobre 2019
Transcultural identities. Jungians in Hong Kong - M. Tibaldi with T. Chan, M. Chiu, M. Lee, B. Tam, E.T. Wong, 2016, Artemide Ed.
TRANSCULTURAL IDENTITIES. JUNGIANS IN HONG KONG
Marta Tibaldi with Teresa Chan, Marie Chiu, Marshall Lee, Brian Tam, Emma Ting Wong
casa editrice: Artemide Ed., Roma
collana: Proteo
ISBN 978-88-7575-260-6
pagine: 120
data pubblicazione: 2016
euro: 18,00
"A heartfelt collection of narratives which serve as a bridge to the world of analytical psychology in Hong Kong. This remarkable corner of the world has produced a number of gifted clinicians who work in multiple languages with highly diverse populations. Master storyteller Marta Tibaldi weaves a set of tales from this group into a wonderful, rich study of transcultural encounters. Treat yourself to a delicious read at this psychological Dim Sum."
(Joe Cambray)
venerdì 9 novembre 2018
Lutti traumatici e scrittura curativa
Questi sono alcuni passaggi che hanno caratterizzato l'esperienza di Sonali Deranyagala, scrittrice nata in Sri Lanka ed educata a Oxford e Cambridge, autrice del libro L'onda (Neri Pozza, 2014), che nel 2013 il New York Times ha giudicato uno dei dieci migliori scritti dell'anno. Ne L'Onda Sonali Deranyagala racconta ciò che ha vissuto il 26 dicembre 2004, giorno in cui lo tsunami che sconvolse lo Sri Lanka, portandole via i suoi affetti più cari: i genitori, il marito e i due figli. Per lungo tempo queste perdite sono state per l'autrice un'esperienza indicibile, che soltanto lentamente, e grazie soprattutto alla conquista dell'uso della parola scritta, si è potuta trasformare in una testimonianza di grandissimo valore umano.
Il libro L'Onda offre al lettore la possibilità di un rispecchiamento emotivo e crea uno spazio di confronto con l'indicibile, che permette di guardare a un trauma estremo in forma oggettivata, definendo non solo una distanza dalle emozioni traumatiche, ma anche uno potenziale spazio di confronto attivo di tipo immaginale (cfr. Tibaldi, Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio, La Lepre, Roma 2011 e M. Tibaldi, "Active Deep Writing -Scrittura attiva profonda", in L'Ombra, Epistemologia dopo il Libro Rosso, n. 8 - anno 2016, pp. 179-192)
Come sappiamo, il lutto traumatico estremo, soprattutto se vissuto nell'infanzia, richiede interventi adeguati, tempestivi e mirati, per evitare che possa portare a successivi sviluppi psicopatologici (cfr. G. Liotti-B. Farina, Sviluppi traumatici, Cortina, Milano 2011). In questo senso l'esperienza traumatica rappresenta una sfida per l'intera personalità di chi ha vissuto un trauma gravissimo (e per il terapeuta che lo voglia trattare). Il trauma estremo chiede di essere avvicinato in modo complesso, mettendo a fuoco ciò che modifica, non solo in termini psicopatologici, ma anche di resilienza e creatività (cfr. M. Tibaldi, Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più, Moretti & Vitali, Bergamo 2010). Il terapeuta esperto sa cogliere le spinte vitali e rigenerative, che che si manifestano, ad esempio, nelle immagini spontanee del Sé integro, quello che precede i vissuti traumatici. Come in ogni esperienza psichica, anche la "notte oscura dell'anima" contiene infatti al suo interno il balsamo che cura, posto che noi sappiamo riconoscerlo: "Il trauma grave ci precipita nell'oscurità del non-senso - di cui dobbiamo conoscere, riconoscere e sapere trattare le dinamiche al meglio della nostra professionalità - ma è nell'oscurità di quel non-senso che si svela, inattesa, la dorata luminosità delle stelle." (M. Tibaldi, "Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito", in La Rosa-Onofri (a cura di), Dal basso in alto (e ritorno). Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo, EMDR, Apertamenteweb, Roma 2017, pp. 311-318).
Un esempio di "scrittura che cura", seppure molto diverso da quello di Sonali Deranyagala, è anche Calceviva di Giorgio Manacorda (Castelvecchi, 2017), un romanzo che racconta le angosce legate all'esperienza della separazione e del lutto traumatico e descrive la frammentazione psichica che ne deriva. Il romanzo prende forma attraverso una narrazione che si muove su tre registri paralleli - quello della figlia che rivede e commenta il romanzo incompiuto del padre e quello del padre che si confronta, da un lato, con le proprie paure e, dall'altro, con l'esperienza psicoanalitica. Il contenuto del romanzo illustra, in forma letteraria, alcune caratteristiche degli sviluppi post-traumatici come, ad esempio, la "dissociabilità psichica" e il funzionamento autonomo di nuclei complessuali ad alta intensità emotiva (cfr. C.G. Jung, Opere, vol. 8), testimoniando, d'altro canto, il valore integrativo delle immagini spontanee e la capacità della scrittura di trasformare il dicibile e l'indicibile in parole di rigenerazione psichica.
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martedì 30 ottobre 2018
Tre seminari di approfondimento critico del metodo dell'immaginazione attiva di C.G. Jung
lunedì 13 novembre 2017
Tra Oriente e Occidente: identità transculturale a Hong Kong
Un'occasione per parlare degli sviluppi transculturali della psicologia analitica nel mondo e del dialogo interculturale
domenica 5 novembre 2017
Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito
AnteprimaAnteprima2:23Marta Tibaldi presenta il capitolo 18 scritto per DAL BASSO IN ...
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Cap. 18
Marta Tibaldi
Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito
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Marta Tibaldi, Profilo professionale e pubblicazioni
mercoledì 4 ottobre 2017
"Parla, mia paura". Un''immaginazione attiva in forma di scrittura
Un'immaginazione attiva in forma di scrittura
Pagina dopo pagina, scopro quanto "Parla, mia paura" sia vicino al pensiero junghiano e all'immaginazione attiva, quel metodo per dialogare attivamente e intenzionalmente con le emozioni del profondo, nel quale la scrittura svolge un ruolo centrale (cfr. M. Tibaldi, Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio, La Lepre, Roma 2011).
"Parla, mia paura" è la storia del confronto di Vinci con le sue emozioni, un percorso che si dipana tra esperienze esterne - il ricorso alla chirurgia estetica - e interne - un'analisi del profondo, verosimilmente junghiana. Attraverso l'uso consapevole e responsabile delle parole, Vinci narra la trasformazione delle sue paure e generosamente offre la sua esperienza agli altri: [...] qual'è la posta in gioco, quando scriviamo. E dopo, quando cerchiamo un pubblico che ci legga. Io credo che speriamo sempre in una specie di assoluzione. Offrire noi stessi per uscire da noi stessi e da fuori perdonarci mentre gli altri a loro volta ci perdonano, dicendo: è bello quello che hai scritto, mi ha toccato. [...] avevo bisogno di perdonarmi e al tempo stesso di offrire ad altri che abbiano vissuto o vivano qualcosa di siile, la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sé nelle mie parole. [...] ogni piccola vita, con i suoi eventi minimi, ha qualcosa da dire alle altre vite; ogni vicenda umana è, in qualche modo, di chiunque voglia condividerla." (pp. 102-103).
La psiche inconscia, l'Io, le parole e la scrittura, l'assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che ci parla dal profondo, sia esso "divinità o demone", le narrazioni che costruiamo per dare forma condivisa ai percorsi di individuazione: sono questi gli ingredienti che sostanziano il metodo dell'immaginazione attiva e, mutatis mutandis, la scrittura di Vinci: "[...] la lingua è fortuna o destino, la lingua è divinità o demone. Bisogna stare attenti alle parole che si usano, con gli altri e anche con noi stessi, perché la lingua costruisce il nostro mondo, interiore ed esteriore, quello degli altri intorno a noi, a cascata. E' faticoso, moltissimo, ma ripaga." (p. 117).
In ambito clinico, la tecnica della Scrittura attiva profonda è una forma di immaginazione attiva che usa la parola scritta per dare voce all'Io e alle immagini del Sé, facendoli dialogare mediante l' "l'osservatore", quel modo eccentrico di essere della coscienza "[che] si presenta ai nostri occhi come uno scrittore alle prese con la propria immaginazione creativa attraverso la scrittura." (M. Tibaldi, "Scrittura attiva profonda - Active Deep Writing", in L'Ombra, Epistemologia dopo il Libro Rosso, Moretti e Vitali, Bergamo 2017, p. 179). Obiettivo della Scrittura attiva profonda è creare un distanziamento critico da ciò che noi siamo e proviamo, assumendoci l'onere di "[...] uscire dalle sbarre della nostra prigione, immaginandole. Raccontare la forma di quella gabbia e i tormenti che ci procura. Descriverla a qualcuno con le parole migliori e più accurate che riusciamo a trovare, ma anche soltanto quelle che ci vengono o che arrivano per prime, può essere un modo per cominciare a smontarla." (S.Vinci, cit., p. 119).
Sappiamo che la scrittura, pur smontando le nostre gabbie, non garantisce la liberazione definitiva dalla sofferenza e dal dolore; essa è però un prezioso strumento per "fidarci della nostra immaginazione e cercare di guidarla verso pensieri positivi, anche quando stiamo attraversando una selva oscura: il buio può parlare e non è detto che le sue siano soltanto parole pericolose." (S. Vinci, cit., p. 119). Tradotto in termini clinici: "Il trauma grave ci precipita nell’oscurità del non-senso – di cui dobbiamo conoscere, riconoscere e sapere trattare le dinamiche al meglio della nostra professionalità -, ma è nell’oscurità di quel non-senso che si svela, inattesa, la dorata luminosità delle stelle." (M. Tibaldi, "Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito", in A. Onofri - C. La Rosa, Dal basso in alto (e ritorno), Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo EMDR, Apertamenteweb, 2017).
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