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lunedì 28 febbraio 2022

Marta Tibaldi presenta il libro di M. Tibaldi - S. Massa Ope, Pandemia e trasformazione. Un anno per rinascere, Moretti e Vitali, Bergamo 2021

SAVE THE DATE


Marta Tibaldi presenta

M. Tibaldi, S. Massa Ope
PANDEMIA E TRASFORMAZIONE.
UN ANNO PER RINASCERE
(Moretti & Vitali, Bergamo 2021)

11 MARZO 2022 ALLE 20:00 (ora italiana)
(traduzione simultanea italiano-portoghese)

    L'incontro online dell'11 marzo prossimo alle 20:00 (ora italiana) è l'occasione per raccontare ciò che abbiamo vissuto durante il 2020 e le risorse che abbiamo trovato per fronteggiare e trasformare un anno inatteso, difficile e impegnativo, che ha posto sfide personali e professionali dall'esito incerto e mai scontato.

    L'incontro online dell'11 marzo alle ore 20:00 italiane vuole anche essere uno spazio interculturale di dialogo e di confronto su come si possa fare fronte, grazie agli strumenti della psicologia analitica junghiana, sia a eventi naturali catastrofici, come la pandemia, che a eventi umani distruttivi, come l'invasione russa dell'Ucraina.

Iscrizioni: encontrosthiasos@gmail.com



venerdì 9 aprile 2021

Marta Tibaldi in conversazione con Andrea Pamparana, Il Covid e la malattia: come trasformarla in modo creativo


Marta Tibaldi

Il Covid e la malattia: 

come trasformarla in maniera creativa.

Una conversazione con Andrea Pamparana


    Un anno di pandemia ha avuto effetti profondi su ognuno di noi e sulla collettività. Ci stiamo trovati a vivere una situazione di “sospensione della vita” che per certi versi ricorda ciò che provano i malati oncologici quando viene diagnosticata loro la malattia: una repentina frattura tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ e l’ingresso forzato in un limbo, che, volenti o nolenti, mette in moto un processo di trasformazione progressivo o regressivo.
 

    La metafora alchemica junghiana descrive un percorso di trasformazione che si compie dapprima confrontandosi con esperienze di confusione, di angoscia e di caos; segue quindi la presa di coscienza della complessità e degli aspetti contrastanti che caratterizzano la realtà psichica e il mondo, realizzando infine quel nucleo di stabilità interna che orienta ognuno di noi anche nelle situazioni più inattese e difficili dell’esistenza, come è stata ed è ancora la pandemia da Covid-19.

martedì 29 dicembre 2020

Marta Tibaldi, Emozioni a colori

Marta Tibaldi

Emozioni a colori

Non c’è dubbio che esista un legame tra le emozioni e i colori. A livello individuale ognuno di noi almeno una volta ha certamente fatto l’esperienza di preferire un colore a un altro, a seconda dello stato d’animo.  In termini culturali espressioni idiomatiche come, ad esempio, “essere di umore nero”, “diventare verde di invidia”, “arrossire per l’imbarazzo” etc. veicolano a loro volta emozioni il cui significato è compreso e condiviso a livello collettivo. 

 

Un modo per diventare consapevoli dei colori delle emozioni è sviluppare un atteggiamento riflessivo, ovvero rivolgere l’attenzione verso noi stessi e ciò che proviamo nel momento in cui ci rendiamo oggetto della nostra attenzione. Lo possiamo fare anche in questo momento: quale è il colore che qui e ora esprime al meglio il mio stato d’animo? Quale espressione idiomatica potrebbe raffigurare al meglio le emozioni che sto provando adesso?

 

Da sempre nella storia del pensiero e delle culture i colori hanno rappresentato in forma simbolica esperienze interne ed esterne. In campo psicologico-analitico Jung ipotizza, ad esempio, che la scelta dei colori sia legata alla tipologia psicologica e alla nostra funzione psichica prevalente[1]; quindi anche al nostro modo di conoscere e di rappresentarci il mondo. Ma vale sottolineare che i colori delle emozioni e le espressioni idiomatiche non danno forma soltanto ai vissuti dell’Io e alla dimensione inconscia personale, essi veicolano anche livelli psichici più ampi e profondi che riguardano il Sé e i processi d’individuazione, il ‘compimento’ dell’anima individuale e dell’Anima mundi[2]. Si legga, a questo proposito, il sogno di una paziente di cultura cinese, che dà visibilità immaginale al processo di trasformazione profonda in atto nella sua psiche e di cui la paziente è ignara a livello cosciente; movimenti inconsci che svelano una dinamica finalistica grazie al rimando alchemico:

 

“Mi trovo con alcune persone in una casa funeraria, dove si conservano le ceneri dei defunti. Un amico di famiglia è morto e le sue ceneri sono state collocate in questo spazio. Sono con altre persone e ci interroghiamo su chi debba rimanere a vegliare le ceneri del defunto. Si decide che tocca a me [si noti che ci troviamo qui in presenza di un confronto con la morte, caratteristico dello stato alchemico della nigredo]. Mi sento responsabile del compito che mi è stato affidato ma provo anche un po’ di paura, perché rimarrò da sola nella casa funeraria. Anche se non so bene come farò, accetto il compito che mi è stato affidato e penso: “Anche se dovesse essere un’esperienza orribile, troverò il modo di fare fronte” [la paziente è consapevole di dovere passare attraverso l’esperienza del nero per potere accedere a un nuovo livello di consapevolezza, rappresentato alchemicamente dall’immagine dell’albedo]. La scena cambia: sto camminando per strada, incontro una collega, che con sguardo di sorpresa mi dice: “Il tuo vestito nero è diventato rosso [il colore rosso rassicura sul buon andamento del processo in atto e sulla tendenza verso il ‘compimento’ rubedo]”. Mi guardo, e mi accorgo con sorpresa di essere vestita di rosso dalla testa ai piedi. Sebbene nella realtà indossi raramente questo colore, nel sogno so che voglio essere vestita proprio di rosso.”[3]

 

La consapevolezza del legame simbolico dei colori con le emozioni dell’Io e le trasmutazioni del Sé rende comprensibile ciò che la lettura a livello egoico non può spiegare: nel tempo attuale la comprensione transpersonale dell’esperienza pandemica ne è un lampante esempio.


Copyright 2020



[1] Si tratta della distinzione tra tipi introversi e tipi estroversi e le funzioni del pensiero, sentimento, sensazione e intuizione (cfr. C.G. Jung (1921), Tipi psicologici, OC6, Boringhieri, Torino 1969) 

[2] Il Sé rappresenta la matrice archetipica della personalità, il suo massimo potenziale e la meta finale del processo d’individuazione, in quel movimento circolare e a spirale che il simbolo dell’Uroboro ben rappresenta. Nella teorizzazione junghiana l’Anima mundi è lo “spirito di vita” che anima il mondo, la vitalità della natura.

[3] M. Tibaldi, “L’opera al rosso. Il ‘compimento’. Stati di rubedo nell’esperienza analitica”, in S. Massa Ope, A. Rossi, M. Tibaldi (a cura di), Jung e la metafora viva dell’alchimia. Immagini della trasformazione psichica, Moretti & Vitali, Bergamo 2020, p. 197.

lunedì 21 dicembre 2020

Marta Tibaldi, Depressione: indietreggiare per saltare meglio

Marta Tibaldi

Depressione: indietreggiare per saltare meglio



    Jung usa l’espressione “reculer pour mieux sauter” (indietreggiare per saltare meglio) per descrivere la stagnazione dell’energia psichica che caratterizza l’esperienza della depressione. A differenza del movimento progressivo della libido, che comporta “l’avanzamento quotidiano del processo psicologico di adattamento”[1], nella stagnazione psichica la persona depressa sperimenta una perdita di energia. Essa è causata da una regressione libidica che con il suo movimento retrogrado va a costellare contenuti inconsci precedentemente rimossi o mai giunti alla coscienza. La depressione, scrive Jung: “[…] aumenta il valore dei contenuti che prima erano esclusi dal processo cosciente di adattamento, [i quali] sono di norma ‘oscuramente consci’, o del tutto inconsci". 


    Sebbene a una valutazione superficiale l’esperienza della depressione possa apparire soltanto negativa, perché fa affiorare alla coscienza “il fango e la sozzura” dei contenuti e delle emozioni che si agitano oscuramente sul fondo della personalità, in realtà “[…] in questi materiali è possibile individuare non solo residui incompatibili e quindi respinti dell’esistenza quotidiana, o tendenze primordiali, incomode e riprovevoli dell’uomo animalesco, ma anche germi di nuove possibilità di vita. […] E’ [infatti] uno dei grandi valori della psicoanalisi portare alla luce senza vergogna i contenuti incompatibili, cosa che rappresenterebbe un avvio perfettamente inutile, e anzi da respingere, se proprio nei contenuti rimossi non vi fossero le possibilità di un rinnovamento dell’esistenza.[2]

Senza volere negare i pericoli della depressione, soprattutto quando è prolungata e non compresa nella sua richiesta trasformativa, Jung invita a considerarla un’esperienza di nigredo che chiede alla persona depressa un ampliamento della coscienza (albedo) verso il riequilibrio e la rigenerazione della personalità totale (rubedo). 


Guardare alla depressione come a una prima materia da trasmutare, significa imparare ad accogliere anche i momenti oscuri dell’esistenza, integrandone il potenziale trasformativo. (Il quadro è Sulla soglia dell’eternità è di Vincent van Gogh)

Copyright 2020

[1] “I concetti fondamentali della teoria della libido”, OC8, La dinamica dell’inconscio, Boringhieri, Torino 1976, p. 41.

[2] Ivi, pp. 43-44.

mercoledì 25 novembre 2020

Marta Tibaldi, La conversione della mente

Marta Tibaldi

La conversione della mente

Nella giornata contro la violenza sulle donne (e sul femminile psichico) vorrei ripotare alcune considerazioni di Annarosa Buttarelli, che in Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore, Milano 2017) teorizza la necessità di una “conversione trasformatrice della mente [degli uomini e delle donne]”: 

“L’eterna istanza del femminismo […] non riguarda più solo la vigilanza sui diritti, non riguarda l’uguaglianza di trattamento economico, anche se non la esclude, ma riguarda il conflitto tra forme della mentetra ordini simbolici. Non riguarda più lo scontro tra uomini e donne, che pure esiste ancora, ma poiché le coordinate di questo conflitto ci sono ben chiare, il livello da un po' di tempo è un altro: è il conflitto tra le forme della mente, tra gli ordini simbolici che si stanno contendendo il mondo tra loro.” (ivi, pp. 15-16). 

Con le dovute differenze, la riflessione di Buttarelli va in parallelo con quanto si chiede Riane Eisler in Il calice e la spada. La presenza dell’elemento femminile nella storia da Maddalena a oggi (Frassinelli, 2006): “E’ realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti, di ingiustizia sociale e di squilibrio ecologico a un sistema che porti alla pace, alla giustizia sociale e all’equilibrio ecologico? E soprattutto, quali cambiamenti della struttura sociale renderanno possibile questa trasformazione?” (ivi, p. 3). Nel descrivere due modelli organizzativi, “quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), e quello ginocentrico, fondato sulla collaborazione e la parità tra i sessi (simboleggiato dal calice), Eisler individua nella “gilania” “una forma di pensiero completamente altra rispetto a quella del pensiero patriarcale, che è caratterizata dal predominio del sesso maschile della subordinazione di quello femminile” (p. X).

Nel 2013 il medico, scrittore e fotografo argentino Ricardo Coer si spinge in Cina, fino alla provincia dello Yunnan, lungo le sponde del lago Lugu, per documentare la cultura della minoranza etnica matrilineare dei Mosuo e il loro modo di intendere il matrimonio (Il regno delle donne, Nottetempo, Roma 2013).
Si tratta di una forma di matrimonio (axia) che Coer definisce "ambulante" e che somiglia ben poco a quello occidentale: “Ognuno vive a casa propria, e di notte l’uomo va a trovare nella sua camera la donna con cui ha fissato un appuntamento. La parola xia significa “amanti”, e il prefisso a sta a indicare intimità” (p. 29). Questo tipo di relazioni tra donne e uomini Mosuo non comporta alcun vincolo: “La visita dura quanto la notte e non implica che ci si debba vedere di nuovo. […] Sia gli abitanti di altri villaggi, sia i forestieri possono avere un axia con le donne Mosuo, che però non esitano a lasciare fuori dalla porta chi si mostri poco gentile o si esprima in termini scurrili.” (pp. 29-30).

Le famiglie Mosuo ruotano esclusivamente intorno alle madri e alle nonne e non contemplano “l’idea dell’uomo o della donna ideali, la fantasia che tra i rappresentanti dell’altro sesso ci sia qualcuno che è la nostra esatta metà, e che ci voglia un po’ di buona volontà per incontrarlo”. Questa è una caratteristica della cultura occidentale e, aggiunge Coer, “un’incomparabile materia prima per la fabbrica dell’insoddisfazione. […] Le Mosuo professano la saggezza di quel che non c’è, di ciò che non si può avere, una saggezza che le preserva da quelle illusioni che, restando disattese, le lascerebbero deluse, con il rischio di trasformare in costanti passeggere del treno della lagnanza. E’ come se non sperassero di trovare, in un uomo, niente di diverso da ciò che trovano” (pp. 174-175).

Leggendo le parole di Coer non si può fare a meno di riflettere sulla differenza che intercorre tra il “matrimonio ambulante” delle donne Mosuo, quello religioso occidentale, con le sue caratteristiche di fedeltà e di indissolubilità e il "matrimonio individuativo" di cui parla Adolf Guggenbuehl-Craig in Matrimonio. Vivi o morti ( Moretti & Vitali, Bergamo 2000):  “Il matrimonio [è] un itinerario di sviluppo e di trasformazione dell’intera personalità, [...] perché obbliga uomo e donna al confronto con gli aspetti più oscuri, sgradevoli e difficili dell’incontro e dell’amore, e con i molteplici aspetti “normali” e “anormali” della sessualità”.  

Il “matrimonio ambulante” delle donne Mosuo, il matrimonio cattolico, il "matrimonio individuativo" sono tre realtà psicologiche e antropologico-culturali diversissime tra loro. In occasione della giornata contro la violenza sulle donne possono essere uno stimolo di riflessione verso la "conversione trasformatrice della mente".

Copyright 2020

 

sabato 3 ottobre 2020


Iil Il video di presentazione del libro:

Jung e la metafora viva dell'alchimia. Immagini della trasformazione psichica
(a cura di S. Massa Ope, A. Rossi, M. Tibaldi)
Moretti & Vitali, Bergamo 2020


A novembre 2020 in libreria




venerdì 7 agosto 2020

Marta Tibaldi . Malattie, epidemie e dèi


Marta Tibaldi

 

Malattie, epidemie e dèi

   

    In Oltre il cancro. Trasformare la malattia che temiamo di più (Moretti & Vitali, Bergamo 2010)  qualche anno fa proponevo una lettura della malattia oncologica in prospettiva mitica. Rifacendomi al mito di Filemone e Bauci - i due anziani coniugi che, unici tra tutti, accolsero nella loro casa gli dèi Zeus ed Ermes, che erano travestiti da viandanti - paragonavo il cancro a un ospite inatteso, a uno "straniero", che possiamo accogliere o rifiutare. Il mito racconta che gli dèi, svelata la loro identità, esaudirono il desiderio di Filemone e Bauci di potere morire insieme: la loro casa fu trasformata in tempio, mentre le acque sommersero tutte le altre abitazioni.

 Laurent de Sutter in Cambiare il mondo. L'epidemia degli dèi (Tlon, Roma 2020) offre una lettura storico-mitologica delle epidemie, in modo analogo alla mia proposta di leggere il cancro su un registro mitico. Ricordando che nell'antica Grecia "le epidemie, per definizione, riguardavano gli dèi che non appartenevano a un luogo", de Sutter scrive: "Quando una divinità decideva di visitare la città, ovvero entrava per un momento a far parte di un luogo (epì-demos, "ciò che è sul posto") era cosa opportuna ringraziare in maniera appropriata - perché non capitava tutti i giorni di ricevere una visita del genere." (pos. 11 di 225). I Greci erano consapevoli dell'importanza delle "visite degli dèi", qualunque ne fosse la forma, perché offrivano ai mortali l'opportunità di ritualizzare la coesistenza reciproca, garantendo l'ordine del mondo.

       La lettura simbolica delle malattie, delle epidemie e, per estensione, della pandemia da Covid-19, stimola a riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con ciò che è (psicologicamente e fisicamente) estraneo, ignoto e inatteso, e sul fatto che in esso si possa nascondere "un dio", che chiede di essere accolto. Se sostituiamo all'immagine degli dèi quella della psiche inconscia, soprattutto nei suoi aspetti archetipici, comprendiamo facilmente ciò che Freud intendesse con le parole "L'Io non è più padrone in casa propria", ovvero James Hillman con l'espressione "Gli dèi sono diventati malattie."

 

    Oggi si gioca una partita di consapevolezza (troppo spesso, di inconsapevolezza) nei confronti delle relazioni che legano il nostro Io alla psiche inconscia, agli altri esseri viventi (umani e non), al mondo e alla vita stessa. Al pari di Filemone e Bauci, dobbiamo scegliere se accogliere o meno "gli dèi", avendo il vantaggio di conoscere già il finale della storia. Nota ancora De Sutter: [...] le epidemie erano dei protocolli di coesistenza con le potenze inumane - un modo di riconoscerne l'esistenza, accettarne l'importanza all'interno dello spazio umano, e circoscriverne i pericoli, per quanto fatali." (pos. 48 di 225). Per cambiare il mondo abbiamo bisogno di pensare "alla costruzione di nuove condizioni di vita in tutto il pianeta [...] una rivoluzione costruttiva, nel senso più proprio del termine." (pos. 162 e 169 di 225).


 

Come già con la malattia oncologica, dobbiamo impegnarci a realizzare uno spazio di coesistenza costruttiva con il mondo e con i suoi abitanti (umani e non), valorizzando gli aspetti cooperativi e paritetici dei reciproci rapporti.

Copyright 2020 

 

mercoledì 8 gennaio 2020

Pensare la malattia oncologica. Un approccio junghiano

Marta Tibaldi
Pensare la malattia oncologica. 
Un approccio junghiano

Le statistiche informano che il cancro è la malattia che temiamo di più e una patologia che negli ultimi anni è cresciuta in modo esponenziale: a livello mondiale nel 2018 le diagnosi di tumore hanno superato i 18 milioni, mentre in Italia ogni giorno si contano 1000 nuovi casi, che riguardano per il 52% uomini e per il 48% donne. Sebbene le statistiche ci dicano anche, per fortuna, che le percentuali di guarigione a cinque anni sono aumentate - il rischio di recidive è in calo tra gli uomini e stabile tra le donne - il timore della malattia è presente nell'immaginario individuale e collettivo e tende a costellare, nel bene e nel male, risposte psichiche molto diverse tra loro.
Pensare la malattia oncologica. Un approccio junghiano è un progetto-pilota ideato da Marta Tibaldi, autrice del libro Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più (Moretti & Vitali, Bergamo 2010), il cui obiettivo è verificare insieme ai partecipanti quanto la cornice psicologico-analitica possa aiutare a pensare la malattia oncologica in modo funzionale al benessere psichico.
Negli otto incontri previsti dal progetto si andrà alla ricerca di approcci e percorsi dedicati a questo scopo, prendendo spunto da materiale esperienziale portato dai partecipanti (un sogno, un'esperienza clinica, una paura, una difficoltà, un'intuizione, un evento sincronistico, un atto di resilienza, un intervento professionale o qualsiasi altro elemento stimolato dall'incontro o dallo scontro con la realtà oncologica personale o altrui).
Gli incontri sono rivolti a tutti coloro che a titolo personale e/o professionale sono interessati al tema della malattia oncologica e al suo trattamento e che nel progetto-pilota sono disposti a impegnarsi in prima persona, condividendo l'esperienza propria o altrui della malattia. Al termine degli incontri, il modello elaborato con i partecipanti sarà strutturato come una possibile modalità di intervento junghiano in ambito oncologico.

Copyright 2020


lunedì 23 dicembre 2019

Trauma grave: la ricchezza dell'approccio psicoanalitico integrato

Marta Tibaldi
Trauma grave: 
la ricchezza dell'approccio psicoanalitico integrato
Clara Mucci, professore ordinario di Psicologia clinica presso l'Università degli Studi di Chieti e di Pescara, in un'intervista rilasciata nel 2015 a psiconline.it, illustra in modo sintetico ed efficace la terapia psicoanalitica di pazienti traumatizzati, abusati e neglect, che ha sviluppato nel corso del tempo: un'interessante integrazione tra psicoanalisi ferencziana, teoria dell'attaccamento, neuro-scienze e tecniche bottom-up, che offre una possibilità di trasformazione strutturale della personalità, portando il paziente al di là del trauma . 

Di questa modalità psicoanalitica vorrei sottolineare un aspetto caratteristico, ovvero l'elaborazione delle identificazioni del traumatizzato con il ruolo di vittima e con quello con l'aggressore, identificazioni che agiscono al suo interno in modo più o meno conscio: "un traumatizzato, abusato e maltrattato, per forza di cose avrà dentro di sé da una parte un'identificazione con la vittima, ma dall'altra anche con il persecutore". Se l'identificazione con la vittima è, per così dire, più diretta e visibile, l'identificazione con l'aggressore, che porta con sé aggressività e senso di colpa dissociati, ha manifestazioni più indirette, come, ad esempio, l'autodistruttività, comportamenti alimentari patologici, autolesionismo e ideazioni suicidare, violenza nelle relazioni interpersonali.

Dal punto di vista clinico, la terapia psicoanalitica di Mucci, in linea con gli insegnamenti ferencziani, si occupa in primis della ricostruzione degli aspetti concreti e reali del trauma subìto, ne integra gli elementi corporei ed emotivi associati ed elabora i vissuti di rabbia, di vendetta e di rivendicazione che ne emergono. Mucci fa quindi un ulteriore passo, indicando nel perdono - inteso come separazione consapevole dall'attaccamento intrapsichico al ruolo di vittima e a quello di persecutore - una specificità della sua modalità psicoanalitica: "Il perdono - scrive Mucci - giunge come 'dono dell'analisi' [...] quando vari livelli di lavoro intrapsichico sono stati effettuati, [...] e quando tutto ciò che poteva essere fatto per re-indirizzare il soggetto alla propria vita prima del trauma è stato effettuato, interrompendo la catena delle ripetizioni: [...] il paziente non ha più bisogno di identificarsi con il persecutore e di assumere la sua aggressività o il suo senso di colpa. Il perdono è perciò collegato al lavoro del lutto, all'espressione della rabbia, all'abbandono del senso di colpa, permettendo al soggetto di andare al di là del trauma" (C. Mucci, Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale, Cortina, Milano 2014, p. 206). 


Poiché il trauma grave distrugge la relazione con la propria vitalità interna e precipita la persona traumatizzata nella dissociazione psichica, nella disperazione e nella violenza distruttive, la ricomposizione delle parti psichiche dissociate ridà vita alla vita stessa, collocando l'esperienza traumatica in una trama di significato complessa, che riconcilia le relazioni tra parti interne e quelle con gli altri e il mondo. In altri termini: "Il trauma grave ci precipita nell'oscurità del non-senso - di cui dobbiamo conoscere, riconoscere e sapere trattare le dinamiche al meglio della nostra professionalità -, ma è nell'oscurità di quel non-senso che si svela, inattesa, la dorata luminosità delle stelle." (M.Tibaldi, "Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito", in Onofri, A. - La Rosa. C., Dal basso in alto (e ritorno). Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo, EMDR, Apertamenteweb, Roma 2017, p. 318

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domenica 13 ottobre 2019

Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese semplificato) - Marta Tibaldi, 2018, Beijing United Publishing Co., Ltd.





Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese semplificato) - Marta Tibaldi, 2018, Beijing United Publishing Co., Ltd.

Casa editrice: Beijing United Publishing Co., Ltd., Beijing

ISBN: 978755962491
pagine: 232
data di pubblicazione 2018


Nel 2018 Pratica dell’immaginazione attiva. Dialogare con l’inconscio e vivere meglio, è stato pubblicato in cinese semplificato dalla Beijing United Publishing Co., Ltd.
Anche l’edizione in cinese semplificato, come quella in cinese mandarino, è corredata dell’Avvertenza che spiega al pubblico cinese il significato di alcuni riferimenti culturali italiani e dall’Appendice, che illustra come fare immaginazione attiva, utilizzando la mia tecnica di scrittura Active Deep Writing, propedeutica alla pratica del metodo stesso.


Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese mandarino) - Marta Tibaldi, 2017, PsyGarden Publishing Company


Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio (traduzione in cinese mandarino) - Marta Tibaldi, 2017, PsyGarden Publishing Company   



Casa editrice: PsyGarden Publishing Company, Taipei, Taiwan
ISBN: 9789863570943
pagine: 204
data di pubblicazione: 2017


Nel 2017 Pratica dell’immaginazione attiva. Dialogare con l’inconscio e vivere meglio è stato tradotto in cinese mandarino dalla casa editrice PsyGarden Publishing Company, Taipei, Taiwan.
L’edizione in cinese tradizionale è stata corredata di un’Avvertenza che spiega al pubblico cinese il significato di alcuni riferimenti culturali italiani presenti nel testo originale e da un’Appendice, che illustra come fare immaginazione attiva, utilizzando in particolare la mia tecnica di scrittura Active Deep Writing, che è propedeutica alla pratica del metodo stesso.



venerdì 11 ottobre 2019

Transcultural identities. Jungians in Hong Kong - M. Tibaldi with T. Chan, M. Chiu, M. Lee, B. Tam, E.T. Wong, 2016, Artemide Ed.


Transcultural identities. Jungians in Hong Kong - M. Tibaldi with T. Chan, M. Chiu, M. Lee, B. Tam, E.T. Wong, Roma 2016, Artemide Edizioni



















TRANSCULTURAL IDENTITIES. JUNGIANS IN HONG KONG
Marta Tibaldi with Teresa Chan, Marie Chiu, Marshall Lee, Brian Tam, Emma Ting Wong

casa editrice: Artemide Ed., Roma

collana: Proteo
ISBN 978-88-7575-260-6
pagine: 120
data pubblicazione: 2016
euro: 18,00

"A heartfelt collection of narratives which serve as a bridge to the world of analytical psychology in Hong Kong. This remarkable corner of the world has produced a number of gifted clinicians who work in multiple languages with highly diverse populations. Master storyteller Marta Tibaldi weaves a set of tales from this group into a wonderful, rich study of transcultural encounters. Treat yourself to a delicious read at this psychological Dim Sum."
(Joe Cambray)

venerdì 9 novembre 2018

Lutti traumatici e scrittura curativa


Marta Tibaldi
Lutti traumatici e scrittura curativa

(girografando.it)

"Se fosse capitato a me, non sarei sopravvissuta...": queste sono le parole che spesso i non-traumatizzati rivolgono a coloro che hanno vissuto lutti traumatici gravissimi. Nella realtà le persone che sono stati segnate da eventi traumatici estremi continuano a vivere anche dopo il trauma e sperimentano, nel bene e nel male, un radicale cambiamento di prospettiva esistenziale, stimolato dall'esperienza traumatica stessa, lungo un percorso emotivo che può oscillare tra confusione, angoscia, senso di colpa e desiderio di morire. Dopo lutti traumatici estremi ci si può trovare ad abusare di farmaci o a ubriacarsi, si possono evitare i luoghi dove è avvenuto il trauma o al contrario volerci tornare, si può chiedere la vicinanza di amici e parenti oppure isolarsi, ci si può infine rivolgere a professionisti della salute mentale per curare un'esperienza di devastazione assoluta.

(wuz.it)

Questi sono alcuni passaggi che hanno caratterizzato l'esperienza di Sonali Deranyagala, scrittrice nata in Sri Lanka ed educata a Oxford e Cambridge, autrice del libro L'onda (Neri Pozza, 2014), che nel 2013 il New York Times ha giudicato uno dei dieci migliori scritti dell'anno. Ne L'Onda Sonali Deranyagala racconta ciò che ha vissuto il 26 dicembre 2004, giorno in cui lo tsunami che sconvolse lo Sri Lanka, portandole via i suoi affetti più cari: i genitori, il marito e i due figli. Per lungo tempo queste perdite sono state per l'autrice un'esperienza indicibile, che soltanto lentamente, e grazie soprattutto alla conquista dell'uso della parola scritta, si è potuta trasformare in una testimonianza di grandissimo valore umano

Il libro L'Onda offre al lettore la possibilità di un rispecchiamento emotivo e crea uno spazio di confronto con l'indicibile, che permette di guardare a un trauma estremo in forma oggettivata, definendo non solo una distanza dalle emozioni traumatiche, ma anche uno potenziale spazio di confronto attivo di tipo immaginale (cfr. Tibaldi, Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio, La Lepre, Roma 2011 e M. Tibaldi, "Active Deep Writing -Scrittura attiva profonda", in L'Ombra, Epistemologia dopo il Libro Rosso, n. 8 - anno 2016, pp. 179-192)

Come sappiamo, il lutto traumatico estremo, soprattutto se vissuto nell'infanzia, richiede interventi adeguati, tempestivi e mirati, per evitare che possa portare a successivi sviluppi psicopatologici (cfr. G. Liotti-B. Farina, Sviluppi traumatici, Cortina, Milano 2011). In questo senso l'esperienza traumatica rappresenta una sfida per l'intera personalità di chi ha vissuto un trauma gravissimo (e per il terapeuta che lo voglia trattare). Il trauma estremo chiede di essere avvicinato in modo complesso, mettendo a fuoco ciò che modifica, non solo in termini psicopatologici, ma anche di resilienza e creatività (cfr. M. Tibaldi, Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più, Moretti & Vitali, Bergamo 2010).  Il terapeuta esperto sa cogliere le spinte vitali e rigenerative, che che si manifestano, ad esempio, nelle immagini spontanee del Sé integro, quello che precede i vissuti traumatici. Come in ogni esperienza psichica, anche la "notte oscura dell'anima" contiene infatti al suo interno il balsamo che cura, posto che noi sappiamo riconoscerlo: "Il trauma grave ci precipita nell'oscurità del non-senso - di cui dobbiamo conoscere, riconoscere e sapere trattare le dinamiche al meglio della nostra professionalità - ma è nell'oscurità di quel non-senso che si svela, inattesa, la dorata luminosità delle stelle." (M. Tibaldi, "Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito", in La Rosa-Onofri (a cura di), Dal basso in alto (e ritorno). Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo, EMDR, Apertamenteweb, Roma 2017, pp. 311-318).

(it.vision63.ru)

Un esempio di "scrittura che cura", seppure molto diverso da quello di Sonali Deranyagala, è anche Calceviva di Giorgio Manacorda (Castelvecchi, 2017), un romanzo che racconta le angosce legate all'esperienza della separazione e del lutto traumatico e descrive la frammentazione psichica che ne deriva. Il romanzo prende forma attraverso una narrazione che si muove su tre registri paralleli - quello della figlia che rivede e commenta il romanzo incompiuto del padre e quello del padre che si confronta, da un lato, con le proprie paure e, dall'altro, con l'esperienza psicoanalitica. Il contenuto del romanzo illustra, in forma letteraria, alcune caratteristiche degli sviluppi post-traumatici come, ad esempio, la "dissociabilità psichica" e il funzionamento autonomo di nuclei complessuali ad alta intensità emotiva (cfr. C.G. Jung, Opere, vol. 8), testimoniando, d'altro canto, il valore integrativo delle immagini spontanee e la capacità della scrittura di trasformare il dicibile e l'indicibile in parole di rigenerazione psichica.


Copyright 2018

martedì 30 ottobre 2018

lunedì 13 novembre 2017

Tra Oriente e Occidente: identità transculturale a Hong Kong

Marta Tibaldi
Tra Oriente e Occidente: 
identità culturale a Hong Kong


Nell'ambito dei seminari ECM organizzati 
dall'Associazione Italiana di Psicologia Analitica -  (AIPA) - Sezione di Milano 
"L'altro e la psicologia analitica" 

il 18 novembre 2017 dalle ore 9:30 alle ore 13:30 terrò il seminario 

"Tra Oriente e Occidente: 
identità transculturale a Hong Kong"

Un'occasione per parlare degli sviluppi transculturali della psicologia analitica nel mondo e del dialogo interculturale


Via A. Sacchini, 23 - Milano
aipamilano@gmail.com 



domenica 5 novembre 2017

Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito




Riporto di seguito alcune parti del mio scritto 

"Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito",

che può essere letto integralmente in: 




A. Onofri - C. La Rosa (a cura di), Dal basso in alto (e ritorno...). Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo, EMDR, Edizioni Apertamenteweb, 2017



AnteprimaAnteprima2:23Marta Tibaldi presenta il capitolo 18 scritto per DAL BASSO IN ...


***

Cap. 18
Marta Tibaldi
Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito

"Potrebbe sembrare incongruo scrivere di un lutto traumatico non guarito in un libro che racconta in che modo superare con successo i traumi complessi. Potrebbe sembrare, ma in realtà se ho deciso di raccontare qualcosa di apparentemente dissonante rispetto al tema del libro l'ho fatto, e contrario, per focalizzare sia l'importanza di interventi adeguati, tempestivi e mirati, soprattutto nel caso di traumi infantili, sia per pensare il trauma anche dal punto di vista della sua complessità interna e di ciò che aggiunge, seppure in modo drammatico, allo sviluppo della personalità. Come psicologa analista jughiana avrei anche potuto raccontare in che modo tratto i vissuti somatici post-traumatici, attraverso, ad esempio, l'ascolto immaginale del corpo e la lettura delle sue tracce simboliche nei sogni (Tibaldi 2011). Avrei potuto, ma raccontare l'esperienza del trauma dal punto di vista di una bambina traumatizzata e un'adulta con un trauma complesso non guarito, mi offre l'opportunità di descrivere il mondo interno del trauma dalla prospettiva della mia stessa oggettività, dando parole a un'esperienza che si è inscritta in me con l'immagine della deflagrazione di una bomba atomica (Tibaldi 2015).

[...]

Mai come in questi anni si è parlato tanto di trauma e vari sono gli approcci che si pongono come obiettivo quello di superare il trauma coinvolgendo la memoria somatica, come avviene nelle terapie bottom-up. Non c'è dubbio che le esperienze traumatiche possano bloccare temporaneamente o cronicamente il normale funzionamento psichico ed espongano per questo a disagi emotive sintomi fisici anche gravi: preziose dunque le terapie descritte in questo libro, che danno sollievo a chi del trauma è rimasto vittima. Dal punto di vista del profondo sappiamo però che nell'esperienza traumatica molti sono gli aspetti ambivalenti e contraddittori che agiscono in modo anche inconscio. L'esperienza traumatica può quindi contenere in sé sia il desiderio della sua risoluzione sia quello opposto [...] di non voler recidere il legame on gli oggetti d'amore perduti. Riconoscere come nostre anche le spinte psichiche che si oppongono al superamento del trauma, accettandole e dando loro spazio e tempo per essere integrate alla coscienza, è un passaggio ineludibile affinché tutta l'esperienza traumatica faccia il suo corso, portandoci, se possibile, oltre il trauma stesso, di cui comunque non si cancellerà traccia e che diventerà una parte costitutiva della nostra personalità.

[...]

Nel caso di traumi gravi non c'è dubbio che un intervento veloce e mirato sia fondamentale, soprattutto quando si tratta di traumi infantili, per evitare che la psiche si organizzi intorno a una scissione verticale della personalità (cfr, Kohut 2002; Goldberg 2001). Per gli adulti post-traumatici complessi, che da bambini non abbiano avuto possibilità di cura, è fondamentale la costruzione di uno spazio individuale e sociale per gli aspetti anche oscuri della psiche, in grado di contenere non soltanto il desiderio di superare il trauma ma anche il suo opposto, lungo una logica circolare di circumnavigazione piuttosto che lineare di superamento. In questo percorso le tecniche bottom-up costituiscono una risorsa ampiamente positiva che, insieme al lavoro immaginale sul Sé, inscrivono la complessità traumatica in una trama di senso che contenga anche il non-senso.

[...]


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Marta Tibaldi, Profilo professionale e pubblicazioni








mercoledì 4 ottobre 2017

"Parla, mia paura". Un''immaginazione attiva in forma di scrittura

Marta Tibaldi
"Parla, mia paura"
Un'immaginazione attiva in forma di scrittura

(illibraio.it)

"Parla, mia paura" è il titolo dell'ultimo libro di Simona Vinci (Einaudi, Torino 2017). Lo leggo e ho un'immediata sensazione di familiarità. Trovo una citazione dal Libro Rosso di Jung e mi sorprendo: è raro che questo autore sia citato al di fuori dell'ambito psicologico analitico. Leggo il libro e inizio a capire. "Parla, mia paura" mi ricorda le invocazioni che Jung fa alla sua Anima e allo "spirito del profondo" proprio nel Libro Rosso (cfr. C.G. Jung, Il Libro Rosso, Bollati Boringhieri, Torino 2010)

Pagina dopo pagina, scopro quanto "Parla, mia paura" sia vicino al pensiero junghiano e all'immaginazione attiva, quel metodo per dialogare attivamente e intenzionalmente con le emozioni del profondo, nel quale la scrittura svolge un ruolo centrale (cfr. M. Tibaldi, Pratica dell'immaginazione attiva. Dialogare con l'inconscio e vivere meglio, La Lepre, Roma 2011).

"Parla, mia paura" è la storia del confronto di Vinci con le sue emozioni, un percorso che si dipana tra esperienze esterne - il ricorso alla chirurgia estetica - e interne - un'analisi del profondo, verosimilmente junghiana. Attraverso l'uso consapevole e responsabile delle parole, Vinci narra la trasformazione delle sue paure e generosamente offre la sua esperienza agli altri: [...] qual'è la posta in gioco, quando scriviamo. E dopo, quando cerchiamo un pubblico che ci legga. Io credo che speriamo sempre in una specie di assoluzione. Offrire noi stessi per uscire da noi stessi e da fuori perdonarci mentre gli altri a loro volta ci perdonano, dicendo: è bello quello che hai scritto, mi ha toccato. [...] avevo bisogno di perdonarmi e al tempo stesso di offrire ad altri che abbiano vissuto o vivano qualcosa di siile, la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sé nelle mie parole. [...] ogni piccola vita, con i suoi eventi minimi, ha qualcosa da dire alle altre vite; ogni vicenda umana è, in qualche modo, di chiunque voglia condividerla." (pp. 102-103).

La psiche inconscia, l'Io, le parole e la scrittura, l'assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che ci parla dal profondo, sia esso "divinità o demone",  le narrazioni che costruiamo per dare forma condivisa ai percorsi di individuazione: sono questi gli ingredienti che sostanziano il metodo dell'immaginazione attiva e, mutatis mutandis, la scrittura di Vinci: "[...] la lingua è fortuna o destino, la lingua è divinità o demone. Bisogna stare attenti alle parole che si usano, con gli altri e anche con noi stessi, perché la lingua costruisce il nostro mondo, interiore ed esteriore, quello degli altri intorno a noi, a cascata. E' faticoso, moltissimo, ma ripaga." (p. 117).

In ambito clinico, la tecnica della Scrittura attiva profonda è una forma di immaginazione attiva che usa la parola scritta per dare voce all'Io e alle immagini del Sé, facendoli dialogare mediante l' "l'osservatore", quel modo eccentrico di essere della coscienza "[che] si presenta ai nostri occhi come uno scrittore alle prese con la propria immaginazione creativa attraverso la scrittura." (M. Tibaldi, "Scrittura attiva profonda - Active Deep Writing", in L'Ombra, Epistemologia dopo il Libro Rosso, Moretti e Vitali, Bergamo 2017, p. 179). Obiettivo della Scrittura attiva profonda è creare un distanziamento critico da ciò che noi siamo e proviamo, assumendoci l'onere di "[...] uscire dalle sbarre della nostra prigione, immaginandole. Raccontare la forma di quella gabbia e i tormenti che ci procura. Descriverla a qualcuno con le parole migliori e più accurate che riusciamo a trovare, ma anche soltanto quelle che ci vengono o che arrivano per prime, può essere un modo per cominciare a smontarla." (S.Vinci, cit., p. 119).

Sappiamo che la scrittura, pur smontando le nostre gabbie, non garantisce la liberazione definitiva dalla sofferenza e dal dolore; essa è però un prezioso strumento per "fidarci della nostra immaginazione e cercare di guidarla verso pensieri positivi, anche quando stiamo attraversando una selva oscura: il buio può parlare e non è detto che le sue siano soltanto parole pericolose." (S. Vinci, cit., p. 119). Tradotto in termini clinici: "Il trauma grave ci precipita nell’oscurità del non-senso – di cui dobbiamo conoscere, riconoscere e sapere trattare le dinamiche al meglio della nostra professionalità -, ma è nell’oscurità di quel non-senso che si svela, inattesa, la dorata luminosità delle stelle." (M. Tibaldi, "Trauma zero. Storia di un lutto complesso non guarito", in A. Onofri - C. La Rosa, Dal basso in alto (e ritorno), Nuovi approcci bottom-up: psicoterapia cognitiva, corpo EMDR, Apertamenteweb, 2017).

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