lunedì 9 novembre 2020

Marta Tibaldi, Jung e la scoperta dell'alchimia


Marta Tibaldi

Jung e la scoperta dell'alchimia


Nei suoi ricordi Jung racconta di un sogno fatto nel 1926 che anticipò il suo incontro con l’alchimia.[1] All’epoca egli non aveva una grande considerazione dell’arte alchemica, che gli appariva “piuttosto marginale e ridicola”[2]. Dell’alchimia aveva potuto apprezzare soltanto il punto di vista anagogico, il cui significato spirituale era stato messo in evidenza in Probleme der Mystik und ihre Symbolik[3] dallo psicoanalista viennese Herbert Silberer, suo collega. Quest’ultimo era morto suicida a quarant’anni e Jung ritenne che la sua morte e il suo scritto esprimessero il medesimo problema: “egli vide le cose, ma non le visse”,[4] intendendo con queste parole che Silberer non avesse còlto “i tesori che [gli scritti alchemici] nascondono”, ovvero le dinamiche di trasformazione della personalità e del rapporto con l’Anima mundi, cui essi alludono simbolicamente.

 

Ma vediamo ora il sogno:

 

Ero nel Sud-Tirolo, in tempo di guerra. Mi trovavo sul fronte italiano e rientravo dalle prime linee con un piccolo uomo, un contadino, sul suo carro tirato a un cavallo. Intorno esplodevano granate, e mi rendevo conto che dovevamo affrettarci il più possibile, perché c’era pericolo. 

Dovevamo attraversare un ponte e poi passare attraverso un tunnel la cui volta era stata parzialmente distrutta dalle granate. Arrivando alla fine del tunnel vedevamo dinanzi a noi un paesaggio soleggiato, e riconoscevamo la regione veronese. La città era ai miei piedi, radiosa nella luce del sole. Ne provavo sollievo, e avanzavamo nella verde, fertile pianura lombarda. La strada portava attraverso un’incantevole campagna primaverile: vedevamo i campi di riso, gli olivi, le vigne. Poi, lungo la strada, diagonalmente, vedevo un grande edificio, un castello di grandi proporzioni, piuttosto simile a un palazzo ducale dell’alta Italia. Era un tipico maniero con molte dipendenze e costruzioni laterali Proprio come al Louvre, la strada passava davanti al castello attraverso una grande corte. Io e il piccolo contadino giungevamo a un portone, e da qui potevamo vedere di nuovo, attraverso un secondo portone all’estremo opposto, il paesaggio soleggiato. Mi guardavo intorno: alla mia destra era la facciata del maniero, alla mia sinistra le stanze della servitù e le stalle, i granai, e altri edifici minori, allineati.

Appena giungevamo nel bel mezzo della corte, dirimpetto all’entrata principale, avveniva qualcosa che non ci aspettavamo: con un sordo fragore tutti e due i portoni si chiudevano. Il contadino balzava da cassetta, ed esclamava: “Ora siamo prigionieri del secolo XVIII!”. Rassegnato, pensavo: “Già, è così! Ma che cosa si deve fare? Ora saremo prigionieri per anni!” Poi mi veniva un pensiero consolante: “Un giorno, dopo anni, sarò di nuovo fuori.”[5]

 

Fu la successiva lettura de Il Segreto del fiore d’oro, un testo alchemico cinese, donatolgi nel 1920 dal sinologo Richard Wilhelm, che spinse Jung a interessarsi agli scritti degli alchimisti, riconoscendone la ricchezza simbolica. All'epoca la curiosità nei confronti dell’alchimia spinse Jung a farsi mandare da un libraio di Monaco tutti i testi reperibili sull’argomento, anche se il primo che gli fu spedito, Artis Aurifera Volumnia Duo (1953), lo lesse soltanto due anni dopo. La posizione di Jung nei confronti dell’alchimia continuava ad essere ambivalente, come egli stesso ebbe a dichiarare: “I testi mi davano ancora l’impressione di un’evidente assurdità, ma qua e là c’erano passi che mi sembravano significativi, e talvolta trovavo anche affermazioni che ritenevo di poter capire.”[6] . Come era accaduto durante la crisi che segnò la sua esistenza, dopo la rottura del suo rapporto personale e scientifico con Freud, crisi che egli superò con metodo e disciplina[7], Jung scelse di continuare a leggere e a studiare ciò che ancora non capiva, fino a quando non si rese conto che si trattava di un linguaggio altamente simbolico e che espressioni particolari quali “solve et coagula”, “prima materia”, “lapis”, “Mercurius” etc. si ripetevano in modo regolare con un significato specifico.  Affascinato da questa scoperta, ricordò il sogno del 1926, nel quale era prigioniero del secolo XVII, e ne capì il significato: doveva studiare l’alchimia a fondo, risolvendo l’enigma di quel linguaggio sconosciuto con metodo filologico: “[…] il caratteristico linguaggio dell’alchimia un po’ alla volta mi rivelò il suo significato. Fu un lavoro che mi assorbì per oltre dieci anni.”[8] Scoprì così che le dinamiche inconsce che aveva sperimentato negli anni della sua crisi personale e scientifica e i processi alchemici dei testi che aveva letto descrivevano il medesimo percorso trasformativo e condividevano entrambi due finalità: il salvataggio dell’anima umana e la salvazione del cosmo. 

Fu soltanto con la scrittura di Mysterium Coniunctionis, sua ultima fatica e summa teorica[9], che Jung sentì di avere concluso il confronto tra l’alchimia e la sua psicologia complessa[10]: “[…] il mio compito era adempiuto la mia opera terminata. […] raggiunsi allo stesso tempo i limiti di ciò che potevo afferrare scientificamente, il trascendente, l’essenza dell’archetipo in sé, su cui non si possono più fare affermazioni scientifiche. […] ciò che dovevo dire, è stato detto.”[11]


[1] Cfr. C.G. Jung, Sogni, ricordi e riflessioni di C.G. Jung (a c. di A. Jaffé), Rizzoli, Milano 1978, pp. 247-248.

[1] Ivi, p. 249.

[1] A. Silberer, Probleme der Mystik und ihre Symbolik, Wien 1914 (tr. It. Problemi della mistica e del suo significato simbolico, La Biblioteca di Vivarium, Milano 1999).

[1] C.G. Jung, Sogni, ricordi, riflessioni di C.G. Jung, cit., p. 249.

[1] Ivi, pp. 247-248 (il corsivo è mio).

[1] Ivi, p. 249.

[1] Cfr.M. Tibaldi, “Jung a confronto con l’inconscio: una descrizione autobiografica dell’immaginazione attiva”,  Studi Junghiani

[1] Ivi, p. 250.

[1] C.G. Jung, Mysterium Coniunctionisi, OC14/1 e 2, Bollati Boringhieri, Torino, 1979.

[1] Cfr. M. Tibaldi, C.G. Jung: a proposito di “psicologia analitica” e “psicologia complessa” – martatibaldi.blogspot.com - 31 agosto 2020.

[1] Ivi, pp. 268-269.

 

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mercoledì 4 novembre 2020

Lo scaltro Hermes


Marta Tibaldi
Lo scaltro Hermes

    Nell’esperienza analitica del profondo, il dio greco Hermes, conosciuto nel mondo latino con il nome di Mercurio, rappresenta “il dio della rivelazione, ingannevole e insieme saggio”. In termini simbolici, il dio dà forma alla dinamica dell’inconscio, che si manifesta, nella stanza d’analisi, con “azioni completamente opposte”.  “Mercurio” è dunque il nome con cui, nella pratica del profondo che utilizza come riferimento la metafora alchemica, si designa la natura paradossale dell’inconscio, che “non è unicamente una forza naturale e malvagia, ma anche la fonte dei beni più alti; esso [l’inconscio] è non soltanto oscuro, ma anche luminoso, non soltanto animalesco, semiumano e demonico, ma anche sovrumano, spirituale e ‘divino’ (nel senso che gli antichi davano al termine).” Questo è il motivo per cui il “Mercurio” alchemico-analitico è definito anche duplex, ovvero doppio: “demonio, mostro, animale e insieme rimedio, ‘figlio dei filosofi’, Sapientia Dei e donum Spiritus Sancti.” 
    Nella relazione analitica “Mercurio” prende forme complesse ed emotivamente cariche, come ad esempio nel fenomeno del transfert, che è la proiezione di contenuti inconsci del paziente sull’analista. Il “Mercurio” transferale, in particolare, richiede al terapeuta “infinita pazienza, perseveranza, equanimità, sapere e capacità” perché la sua intensità emotiva è quella di “un frammento di anima primordiale, nel quale nessuna coscienza è ancora intervenuta per portare ordine e differenziazione.” Nel processo d’individuazione, che va in parallelo con l’opus alchemico, il contatto della coscienza dell’Io con Hermes-Mercurio provoca, in prima battuta, l’esperienza della lacerazione psichica (disiunctio), il polo opposto dell’integrazione (coniunctio), che è la mèta dell’opus: “Essere posseduti dall’inconscio significa appunto essere dilacerati in molti e in molte cose, significa una disiunctio. […] Il doloroso conflitto che inizia nella nigredo o tenebrositas [la prima fase dell’analisi] è raffigurato dall’alchimista come separatio o divisio elementorumsolutiocalcinatioincineratio.” 
    La disgregazione della coscienza segna però una prima ed importantissima “trasmutazione” di “Mercurio”, ovvero delle dinamiche inconsce: il paziente passa dall’identificazione con il proprio Io e dalla proiezione dei contenuti inconsci sugli altri, alla percezione della propria Ombra: “Fin quando il paziente ha potuto pensare che il responsabile delle sue difficoltà fosse qualcun altro (il padre o la madre), è riuscito a salvare l’’apparenza della sua unitarietà (putatur unus esse!). Ma dal momento in cui si rende conto di possedere egli stesso un’Ombra, e anzi di celare “nel proprio petto” il nemico, allora ha inizio il conflitto e l’Uno diventa Due”. Si tratta di un passaggio psichico non facile, ma ineludibile per dare avvio al processo di trasformazione psichica che porterà all’individuazione, ovvero, in termini alchemici, alla realizzazione dell’“oro filosofico”, al “compimento” dell’opus (rubedo). 
    Spesso in questa fase il terapeuta diventa l’ultimo, se non l’unico, aggancio che il paziente ha per non cadere preda dell’inconscio e della più completa oscurità psichica (disorientamento, confusione). Inizia quindi la “purificazione” del “Mercurio” interno, verso una percezione di sé, che è ormai diversa da quella precedente: l’Io proiettivo è sostituito da un Io, per così dire “oggettivo”, che Jung indica con il termine “Sé”: “Non più una scelta di opportune finzioni, ma una serie di fatti nudi e crudi, che tutti insieme formano la croce che ognuno deve portare, ovvero il destino che ciascuno incarna. In questa fase i sogni e le immaginazioni attive rendono visibili i primi movimenti consci inconsci che tendono alla futura sintesi della personalità e “la redenzione totale dal dolore di questo mondo” (processo d’individuazione). 
(Le citazioni sono liberamente tratte da C.G. Jung, “La psicologia della traslazione, illustrata con l’ausilio di una serie di immagini alchemiche”, OC16, Pratica della psicoterapia, Boringhieri, Torino 1971).

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lunedì 2 novembre 2020

 Marta Tibaldi

Covid-19: il "convitato di pietra" archetipico 

Nella primavera del 2020, durante la prima fase della pandemia da Covid-19, in ambito psicologico si è parlato spesso del passaggio online delle sedute di psicoterapia. I professionisti hanno rivolto grande attenzione a questa modalità di lavoro, che stava ridisegnando le forme della cura. Malgrado il passaggio online abbia rappresentato per molti un vistoso cambiamento di setting, in linea di massima anche nelle sedute virtuali i pazienti hanno continuato a portare tematiche personali, in modo non diverso da prima. L'eco della pandemia rimaneva sullo sfondo, mentre condivise erano, invece, l'aspettativa e il desiderio di rientrare velocemente alla normalità. Dopo l'estate gli scenari psichici sono cambiati e, con il crescere della cosiddetta seconda ondata, il Covid-19 è sempre più diventato una presenza inquietante, che veicolava ansie, paure e apriva squarci, spesso involontari, sulla dimensione archetipica dell'esistenza.


 Nel Don Giovanni di Mozart il "convitato di pietra" è il commendatore, padre di Donna Anna, ucciso da Don Giovanni dopo un tentativo fallito di seduzione, da parte di questo ultimo, nei confronti della giovane donna. Nell'ultimo atto dell'opera, il commendatore appare a Don Giovanni sotto forma di fantasma della statua di pietra, che è stata eretta in sua memoria. Il commendatore invita Don Giovanni a cena, chiedendogli di riconoscere le proprie colpe e di pentirsi. Don Giovanni rifiuta e per questo precipita nelle fiamme dell'inferno. L'immagine del convitato di pietra dà forma simbolica all'ineludibile necessità, per Don Giovanni, di guardare se stesso e i propri errori a cospetto della morte: temi che lo obbligherebbero ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti, a vivere il senso di colpa, riconoscendo i limiti umani ad facies mortisSquilibrio, arroganza, negazione, mancanza di rispetto, in una parola l'hybris della coscienza dell'Io, insieme all'unilateralità psichica condannano Don Giovanni all'inferno.
In che modo possiamo considerare il Covid-19 un analogo simbolico del "convitato di pietra" di mozartiana memoria? Al pari di come si comporta Don Giovanni, all'inizio della pandemia abbiamo assistito, sia individualmente che collettivamente, a meccanismi di negazione della realtà (l'opposizione di Don Giovanni alla presa di coscienza), quindi a 'fughe emotive' nel momento in cui il pericolo sembrava lontano (Don Giovanni continua a condurre la propria vita, ignorando quanto accaduto), al costellarsi della paura a seguito del rimosso che ritorna (il fantasma del commendatore pone Don Giovanni di fronte alla evidenza della morte). Al pari del "convitato di pietra", il Covid-19 è un fantasma  di morte, che ci pone di fronte alle nostre azioni, ai nostri comportamenti, alle nostre scelte. Quando avviciniamo il Covid-19 con il registro archetipico, riconoscendolo come evento numinoso, più grande e potente di noi, possiamo scegliere - a differenza di Don Giovanni - di ripensare i nostri valori e il nostro modo di stare al mondo, salvandoci. Scrive Umberto Galimberti:

In preda a una nuova solitudine, dovremo fare i conti con una visione più precaria della vita, dove siamo meno immortali. Saremo costretti, infatti, a stare sempre di più con noi stessi e con la nostra famiglia. Finirà l’epoca dell’eccesso, quella degli influencer, perché quando c’è in pericolo la vita, la salute, emergono valori che avevamo rimosso. Potrebbero esserci dei cambiamenti migliorativi: una depurazione dal sovraccarico di superficialità che ha caratterizzato questo secolo e una fortificazione dei legami affettivi. Non credo che saremo più soli, quanto “diversamente soli”. L’umanità ha sempre saputo gestire le difficoltà. Ce lo insegna la storia e i conflitti mondiali che hanno caratterizzato il Novecento. Adesso siamo in una fase di cambiamento epocale. Da circa un secolo, infatti, l’umanità non ha subito cambiamenti significativi e ora si trova ad affrontare qualcosa di epocale. Che prima o poi arrivasse era prevedibile, anche se nessuno poteva immaginare che sarebbe stata un’epidemia a cambiare le nostre vite forse per sempre. (cit. in I sentieri della filosofia - http://www.isentieridella ragione.weebly.com)

Dal punto di vista archetipico, le pandemie, come quella da Covid-19, sono "visite degli dèi", che ci invitano a riflettere su noi stessi, sui nostri comportamenti e sul nostro rapporto con la vita e con la morte, modificando radicalmente, ove necessario, modi di pensare e valori, pena la dannazione psichica: "Oggi si gioca [infatti] una partita di consapevolezza (troppo spesso, di inconsapevolezza) nei confronti delle relazioni che legano il nostro Io alla psiche inconscia, agli altri esseri viventi (umani e non), al mondo e alla vita stessa". (Cfr. M. Tibaldi, "Malattie, epidemie e dèi" - martatibaldi.blogspot.com - 7 agosto 2020).

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