domenica 24 gennaio 2021


Marta Tibaldi

Active imagination, extraversion, cross-culture:

Guan Yin and Chinese divination

Just published 
in Psychoanalysis and Psychotherapy in China 3(2) 278–288 (2020) my paper on Active imagination, extraversion, cross-culture: Guan Yin and Chinese divination.  A reflection on the dialogue that Chinese people have with the Goddess Guan Yin as an extroverted form of active imagination (with a discussion by Warren W. Sibilla, Jr.)

ABSTRACT

In the Far East, Guan Yin, the Goddess of Mercy, is the one who “listens to the cries of the world”. Depicted by gigantic white statues, she is the feminine personification of the Bodhisattva Avalokiteshvara and represents an archetypal figure dear to Chinese women and men. In Hong Kong and in Taipei, Taiwan, she is consulted by throwing two moon blocks or ritual sticks according to the rules of Chinese divination. The goddess is a real presence who acts in a real way: when questioned, she answers, defying a synchronistic and extraverted field of knowledge and meaning. The author highlights the importance of approaching in a cross-cultural,

sensitive way, such a slippery cultural phenomenon as the use of divination in that part of China, investigating a possible parallelism between this form of dialogue with

the goddess Guan Yin and the Jungian method of active imagination. Developing a cross-cultural sensibility towards Chinese divinatory practices as Chinese clients

do in their country, without either prejudicially declaring them superstition or considering them as a form of magic, can have transformative effects both on Eastern

and Western imagery. In the case of Chinese people, this sensibility develops the ability to examine, psychologically, a phenomenon whose deeper meaning often remains unconscious. In the case of Westerners, this sensibility creates an experience of active imagination in extraverted form. In both cases, when approached from a Jungian perspective, the Chinese divinatory practice leads to experiencing the transformative reality of the extraverted and synchronistic imaginal action.


Keywords: active imagination, extraversion, cross-culture, Guan Yin, divination, China.


DISCUSSION

A discussion of Marta Tibaldi’s “Active imagination, extraversion, cross-culture: Guan Yin and Chinese divination”

Warren W. Sibilla, Jr.


The Bodhisattva is understood as one who has reached full enlightenment but

remains in this world to specifically address the suffering of each individual.

Thus, the Bodhisattva serves as a bridge between the Buddha and

the heavenly realms and the earth and sentient beings. Avalokiteshvara

Bodhisattva is a bodhisattva most prominently celebrated in the Lotus Sutra

and is known to be both male and female. Guan Yin is the Japanese and

Chinese form of Avalokiteshvara, and as displayed at the Tsz Shan Monastery,

she most prominently exemplifies compassion as can be seen in the Buddha

in her Top Knot, the Mani Pearl of Enlightenment in her right hand, and the

vase by which cleanses the world in her left hand. Her Keyura Necklace showcases

her transcendence of all-worldly entanglements. Finally, her slight lean

forward and soft, warm gaze underscore her all-encompassing compassion.

C. G. Jung had an interest in the religions and philosophies of the East

for his entire professional career. For instance, from his study of the Secret of

the Golden Flower and the Yi Jing, to his study of the text, Chan and Zen

Teaching which was on his nightstand at the time of his death, Jung enjoyed

a lifelong connection. In particular, Jung was interested in the East’s understanding

of the wisdom teachings that drew attention to the non-causal

and non-linear aspects of time manifested in the psyche. Jung used these

teachings to help develop key aspects of analytic psychology to include

synchronicity, the self, the use of divination, the transcendent function, and

active imagination.

It is important to note that Avalokiteshvara Bodhisattva is often portrayed

as having a thousand arms—each arm also having an eye. In this manner,

Avalokiteshvara is understood to be omnipresent and omniscient evidencing

an all-knowing being, and thus modelling a full and complete mastery of what

the West has come to call the unconscious. The author has sought to elucidate

Jung’s lifelong study and integration of the wisdom teachings of the

East (e.g. divination) with respect to Avalokiteshvara, in order to include this

all-knowing nature that is thought to be accessed when using divinatory

practices. This article is an important contribution to the ongoing dialogue

that seeks to study the relationship between Western psychology and the

wisdom of teachings of the East.

Psychoanalysis and Psychotherapy in China 3(2) 289 (2020)

Contact: Warren W. Sibilla, email: drsibilla@psychhc.com

venerdì 22 gennaio 2021

Marta Tibaldi, Critica archetipica

Marta Tibaldi

Critica archetipica

L'esistenza umana è fatta di eventi ricorrenti che sono analoghi a quelli presenti nei miti e nei riti delle culture umane, così come nei sogni e nelle immagini psichiche.In ambito letterario la critica archetipica recepisce, tra l'altro, la lezione junghiana e sostiene che i testi letterari derivino la loro pregnanza da questi elementi ricorrenti.In questo post ripropongo la voce "CRITICA ARCHETIPICA" che ho scritto per il Dizionario degli Studi Culturali (studiculturali.it) curato da Michele Cometa


CRITICA ARCHETIPICA
In ambito letterario il termine archetipo (composto dal tema greco archo “essere a capo” e da typos “forma, tipo”) indica una figura, un’azione, un’immagine ricorrente o un qualsiasi altro elemento che si ritrovi nei testi letterari in tempi e luoghi diversi. La critica archetipica ritiene che, oltre agli elementi biografici, storici e sociali presenti nei singoli testi letterari e nella letteratura nel suo insieme, sia possibile rintracciare anche degli elementi ricorrenti, dei modelli archetipici appunto, che sono fondamentalmente analoghi a quelli presenti nei miti e nei riti delle culture umane, nei sogni e nelle immagini psichiche, elementi dai quali, tra l’altro, i testi letterari e la letteratura deriverebbero la loro vera pregnanza. Per questo motivo, la critica archetipica ritiene che la conoscenza etno-antropologica dei miti e dei riti e quella psicologica dei simboli e delle immagini sia fondamentale per individuare e comprendere i motivi archetipici che ricorrono in letteratura e più in generale in ogni produzione intellettuale. Insieme alla critica sociale, alla critica formale e a quella psicologica, la critica archetipica si può considerare uno dei quattro più importanti orientamenti con i quali studiare e valutare un’opera letteraria. Ispirandosi agli studi dell’antropologo inglese James Frazer (1854-1941) e alle teorizzazioni dello psichiatra e psicologo svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961), la critica archetipica dedica particolare attenzione a tutti quei motivi che in modo costante e ricorrente danno forma ad aspetti fondamentali dell’esistenza umana; motivi che non si lasciano spiegare riduttivamente, né dal punto di vista biografico, né da quello storico e sociale, ma che rimandano a qualcosa che sta prima di tutto questo: alle immagini primordiali, ai modelli originari delle forme, ai modelli di comportamento, ai concetti chiave del vivere umano che sono a fondamento delle forme visibili, a quelle costanti archetipiche che, anche nel testo letterario, esprimono le connessioni profonde con le determinanti universali dell’esistenza umana.

Sebbene della critica archetipica si possano trovare esempi storici nelle opere di autori quali Vico, Goethe e Schelling, in letteratura essa indica il fenomeno letterario del XX secolo, noto anche con il termine di mitocritica, che si è affermato soprattutto tra gli anni Trenta e Cinquanta grazie ad autori che trassero ispirazione soprattutto dall’opera di Frazer e di Jung. L’antropologo inglese James Frazer, autore di The Golden Bough (1925), monumentale lavoro in dodici volumi, fu il primo a documentare in modo sistematico i fatti della vita primitiva, il complesso materiale mitologico delle cosiddette culture primitive, dandone una visione organica e comprensiva. Utilizzando un metodo fondamentalmente comparativo, dopo avere esaminato un vastissimo numero di miti provenienti da luoghi e da tempi diversi, Frazer rintraccia gli archetipi che caratterizzano i miti e i riti nelle diverse culture, mettendo in evidenza le somiglianze di base e suggerendo che il mito e il rito, sebbene nel tempo e nello spazio si manifestino in modo diverso, si strutturano comunque intorno a modelli ricorrenti. Dal canto suo, Carl Gustav Jung, il fondatore della psicologia analitica, nei venti volumi delle opere pubblicate e in numerosi scritti inediti teorizzò, tra l’altro, che la psiche inconscia è composta di un inconscio personale, prodotto della rimozione di elementi psichici incompatibili con la coscienza, e di un inconscio collettivo, “quella sfera della mitologia inconscia, le cui immagini primordiali sono patrimonio comune dell’umanità”. Quest’ultimo precede ogni esperienza individuale ed è sede degli archetipi, di quei patterns of behavior con cui l’essere umano entra in contatto attraverso le immagini, che ne sono la manifestazione visibile. In Über die Beziehung der analytischen Psychologie zum dichterischen Kunstwerk (1922) facendo un’esplicita differenza tra l’opera letteraria che attinge all’inconscio individuale e quella che scaturisce dall’inconscio collettivo, Jung dà dell’archetipo, ovvero della immagine primordiale (che per Jung prende anzitutto la forma di figura mitologica), la definizione di “figura, demone, uomo, o processo che si ripete nel corso della storia, ogniqualvolta la fantasia creativa si esercita liberamente”. Nel corso degli anni la teoria junghiana degli archetipi è stata oggetto di ampliamenti e revisioni, sia in direzione di un maggiore radicamento del concetto di archetipo nella sfera biologica, sia nella direzione opposta di un suo maggiore radicamento nella sfera mitologico-immaginale. Nel primo caso rientra il contributo di Anthony Stevens che, in Archetypes. A Natural History of the Self (1982) offre una tesi empirica all’esistenza degli archetipi, individuandone la base biologica e assimilandoli al concetto di struttura etologica ereditaria propria della moderna biologia; nel secondo, quello di James Hillman che, radicalizzando il significato mitologico dell’archetipo, propone un modello della psiche il cui soggetto principale sia l’Anima, la base poetica della mente che interconnette gli eventi in modo immaginale. Nella sua opera Hillman evidenzia le affinità che il concetto di mundus imaginalis, studiato dall’islamista Henri Corbin, ha con quello di archetipo junghiano, affermando che gli archetipi e le immagini archetipiche sono le trame invisibili della psiche umana e le direzioni immaginali lungo le quali rintracciare il senso metaforico degli eventi psichici e culturali.

In ambito letterario i primi esempi di critica archetipica stimolati dal lavoro di Frazer sono stati quelli di Jane Hellen Harrison, Gilbert Murray, Francis M. Cornford, noti come i Cambridge Ritualists ovvero la Cambridge Anthropological School. Questi autori provarono a guardare ai testi classici in modo nuovo sostenendo, ad esempio, che alla base del dramma e della poesia vi sia la narrazione mitica della vittoria della forza vitale sulla morte, così come essa si manifesta nel ciclo delle stagioni. L’accettazione dell’ipotesi junghiana dell’esistenza di uno strato collettivo della psiche inconscia invece ha stimolato soprattutto la ricerca e la descrizione di queste immagini primordiali sovrapersonali presenti in letteratura. Tra gli autori che si sono orientati in questo modo, sono da ricordare Maud Bodkin, Robert Graves, Joseph Campbell, George Wilson Knight, Richard Chase, Francis Fergusson, Philip Wheelwright e Northrop Frye. Essi interpretarono una vasta gamma di testi letterari alla luce delle somiglianze che questi ultimi presentavano con i personaggi, le narrazioni o le situazioni mitologiche, attribuendo al concetto di archetipo definizioni diverse e nel contempo cercarono di spingersi oltre lo studio della presenza e della funzione degli archetipi nel testo letterario per interrogarsi sulla più complessa questione della natura e dell’origine delle forme archetipiche stesse.

In Archetypal Patterns in Poetry. Psychological Studies of Imagination (1934) Maud Bodkin, che in area anglosassone è considerata, insieme a Northrop Frye, la maggiore rappresentante della critica archetipica di derivazione junghiana, spiega la teoria degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung utilizzando esempi letterari e si propone di verificare l’ipotesi che, in particolare nella poesia tragica, si possano identificare temi dalla forma caratteristica, che persistono di epoca in epoca e che corrispondono a schemi emotivi della mente. Campbell (1904-1987) in The Power of Myth (19 89) sostiene che il vero significato del mito non è quello letterario o storico ma quello metafisico e psicologico e in The Hero with a Thousand Faces (1949) individua nel tema mitico del viaggio dell’eroe il mono-mito che sta alla base di ogni altra narrazione mitica. Il canadese Northrop Frye (1912- 1991) dal canto suo, in Anatomy of Criticism. Four Essays (1957), scrive il primo manifesto programmatico della ricerca mitico-archetipica e fa il maggiore sforzo di sistematizzazione delle intuizioni della critica archetipica, collocandole in un più vasto sistema di ipotesi sulla letteratura e sulla critica letteraria. Nella sua opera Frye definisce l’archetipo “un simbolo che connette un poema all’altro e perciò ci aiuta a unificare e a integrare la nostra esperienza letteraria”. Frye è convinto che gli archetipi letterari siano fenomeni puramente letterari e sostiene che essi siano le strutture che danno fondamento e coerenza alla letteratura.

Sempre nell’ambito della critica letteraria di ispirazione junghiana, in anni recenti si è assistito all’emergere anche di una scuola di critica femminista che ha cercato di correggere l’orientamento di genere sessuale presente nell’opera di Jung. Scrittrici quali Annis Pratt e Estella Lauter hanno ampliato in modo stimolante l’orizzonte della critica archetipica, mettendo in evidenza soprattutto le connessioni tra la teorizzazione archetipica junghiana e molte delle più moderne scuole di teoria e di critica letteraria. Da ricordare inoltre il movimento del New Criticism, che, sviluppatosi a partire dagli anni Venti intorno alla figura di John Crowe Ransom, ha proposto il cosiddetto close reading, la lettura ravvicinata del testo letterario, soprattutto poetico, dedicando particolare attenzione alla struttura metaforica e simbolica del testo stesso. L’assunto di base della critica archetipica, secondo il quale l’autore non controlla per intero il significato del suo testo, ha aperto la via anche al cosiddetto Reader-Response Criticism; questo movimento di critica letteraria pone la propria enfasi in particolare sulla reazione del lettore, reazione che è condizionata dalle esperienze culturali, consce o inconsce, nonché dai ruoli sessuali e sociali e che è una fonte di attribuzione di significato al testo. All’inizio del nuovo millennio, la critica archetipica è ancora molto utilizzata, soprattutto negli studi di genere, nonché negli studi intertestuali e comparativi, i quali includono il riconoscimento e l’analisi di tutti quei fenomeni letterari ricorrenti che non possono essere spiegati adeguatamente soltanto nei termini di una particolare tradizione storica; in questo senso, lungi dall’essere esaurita, la critica archetipica appare a tutt’oggi piena di potenzialità e in grado di offrire fecondi contributi alla comprensione dell’immaginazione letteraria e delle sue produzioni.

(Cfr. anche Immaginazione materiale, Mitocritica, Psicoanalisi della cultura)

Anima, Archetipo, Close Reading, Immagine, Immagine archetipica, Immaginale, Immagini primordiali, Individuazione, Inconscio Collettivo, Monomito/Polimito, Mundus Imaginalis, Reader-Response Criticism, Simbolo, Urmythologie, Urmythos.

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