giovedì 14 gennaio 2016

Courses of "masculine morality" in Beijing


Marta Tibaldi
Courses of "masculine morality" in Beijng 

China still surprises for his pragmatism. I just read the article by Giampaolo Visetti "The education of the father in China" (La Repubblica, January 6, 2016) about the first courses of "masculine morality" held in Beijing, intended to make the Chinese men good parents and husbands.

The course teaches men how to take care for their children and not to mistreat their wifes, questioning some of the basic assumptions of the Confucian ethics, which for centuries considered the female gender inferior and submitted to men. The courses of "masculine morality" want to curb culturally authorized abuses against women, in a historical context in which the way of treating the female gender is becoming a focal parameter to observe different cultures.

(it.dreamstime.com)

The change of the internal sensibility, the Westernization of China and the requests coming from a globalized world require this gigantic, complex and contradictory country to think of itself in new ways. One example is the repeal of the one-child policy: on the one hand 36-year ban allowed an effective birth control, but on the other created a gender imbalance. Selective abortion against girls actually led to a surplus of males and the consequent difficulty for them to find a wife.

Without going into the details of political considerations that have prompted the Chinese authorities to give a change to their customs and traditions and pointing out that in China the status of women has seen historical periods during which there was equality with men - think, for example, the period of the Shang Dynasty and the latest cultural revolution of Mao - I want to focus on courses of "masculine morality" considering them from a psychological standpoint.

(adnkronos.com)

In the years of the one-child policy, the mothers and a strongly male-oriented society like the Chinese one have taught their sons to be 'little emperors', often without awareness of the emotional toll of this choice. A problematic aspect, among the many accompanying cultural imbalance between the sexes, is linked to the inevitable conflict between the demands of the mother and the need for freedom of the child.

One example is the story of a young talented boy whose artistic attitude do not match with the cultural expectations in which mother and son are trapped. The young man got symptoms and depression and cannot follow his desires because of a paralizing sense of guilt. At the same time he cannot free himself from the dynamics of dependence / independence that bind him to his real mother and to his internalized image of her. How difficult will be for this guy to question on the one side the Confucian morals that wants him as an obedient son, and on the other to give up the privileged role of 'little emperor' that asks him not to become fully himself?

The courses of "masculine morality" go certainly in the direction of improving the condition of the real Chinese woman - and this is a very good news - but could also become in the short and long run a good tool to reflect on those gender roles, culturally imposed, that deprive both men and women of the opportunity to fully become themselves, mortifying at the same time the dynamics of desire in both of them.

(Photo: Marta Tibaldi)

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sabato 9 gennaio 2016

Corsi di "morale maschile" a Pechino



Marta Tibaldi
Corsi di morale maschile a Pechino

La Cina sorprende ancora per il suo pragmatismo. Leggo nell'articolo di Giampaolo Visetti "L'educazione del papà cinese" (La Repubblica, 6 gennaio 2016) che a Pechino sono stati organizzati i primi corsi di "morale maschile" finalizzati a rendere gli uomini cinesi buoni genitori e mariti.

I corsi insegnano agli uomini ad accudire i figli e a non maltrattare le donne, mettendo in discussione alcuni assunti della morale confuciana, che da secoli considera il genere femminile inferiore a quello maschile. I corsi di "morale maschile" vogliono arginare gli abusi culturalmente autorizzati nei confronti delle donne, in un momento storico e sociale in cui il modo di trattare il genere femminile sta diventando un parametro focale con cui osservare le culture.

(it.dreamstime.com)

Il mutato clima interno, l'occidentalizzazione della Cina e le esigenze di un mondo globalizzato obbligano questo paese gigantesco, complesso e contraddittorio a pensare se stesso in modi nuovi. Ne è un esempio l'abrogazione della politica del figlio unico: 36 anni di divieto che da un lato ha permesso un efficace controllo delle nascite e dall'altro ha creato uno squilibrio tra i generi. L'aborto selettivo nei confronti delle bambine ha portato infatti a un eccedenza di maschi e alla conseguente difficoltà di trovare moglie.

Senza volere entrare nel merito delle considerazioni politiche che hanno spinto le autorità cinesi a imprimere un cambiamento ai loro usi e costumi e ricordando che in Cina la condizione della donna ha visto fasi storiche durante la quale ci fu parità con gli uomini -  si pensi, ad esempio, l'epoca della dinastia Shang e la più recente rivoluzione culturale di Mao - vorrei soffermarmi sui corsi di "morale maschile" considerandoli dal punto di vista psicologico.

(adnkronos.com)

Negli anni della politica del figlio unico, le madri e una società ad orientamento fortemente maschilista come quella cinese hanno insegnato ai figli maschi a essere 'piccoli imperatori', spesso senza consapevolezza del prezzo emotivo di questa scelta. Un aspetto problematico, tra i molti che accompagnano lo squilibrio culturale tra i generi, è legato all'inevitabile conflitto tra le richieste della madre e l'esigenza di libertà del figlio.

Ne è un esempio la storia di un giovane dal talento artistico la cui creatività male si concilia con i ruoli culturali in cui madre e figlio sono intrappolati. Il giovane vive in una severa depressione e ha intollerabili sensi di colpa quando cerca di avvicinarsi ai propri aspetti desideranti. Nello stesso tempo vive in modo conflittuale anche le dinamiche di dipendenza/indipendenza nei confronti della madre reale e della sua immagine interiorizzata. Quanto sarà difficile per questo ragazzo mettere in discussione la morale confuciana che lo vuole un figlio ubbidiente da un lato, e il ruolo privilegiato di 'piccolo imperatore' che gli chiede di non essere se stesso, dall'altro?

I corsi di "morale maschile" vanno sicuramente nella direzione di rendere migliore la condizione reale della donna cinese, ma potrebbero anche rappresentare negli anni uno strumento di riflessione sociale su ruoli di genere culturalmente imposti che privano gli uomini e le donne della possibilità di essere pienamente se stessi, mortificando il desiderio in entrambi.

(foto: Marta Tibaldi)

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domenica 15 novembre 2015

Edizione integrale delle opere di Jung in versione digitale - Intervista a Marta Tibaldi e Luigi Zoja su il Fatto Quotidiano



Elisabetta Ambrosi intervista Marta Tibaldi e Luigi Zoja in occasione della pubblicazione dell'edizione integrale delle opere di Jung in versione digitale


Ventuno volumi (9.525 pagine) in un unico e-book: è l’edizione integrale delle opere di Jung, pubblicata da Bollati Boringhieri in versione digitale. L’occasione per scoprire un pensatore ancora attuale, cui si devono termini ormai entrati nell’uso come "complesso" e "archetipo"
il Fatto Quotidiano, venerdì 13 novembre 2015

Ventuno volumi, 9.525 pagine totali con 10.028 note e link racchiusi in un unico ebook: dopo la pubblicazione del Libro Rosso (20.000 copie vendute, un successo visto il prezzo elevato) Bollati Boringhieri decide di pubblicare l’edizione integrale delle opere di Jung in versione digitale, facendola seguire a quella di Freud (5.200 copie, il 10% del venduto in cartaceo, un numero piccolo ma una buona percentuale per un e-book, con circa 75.000 euro di fatturato).
Ma quanto è attuale oggi il pensiero del pensatore svizzero e come leggere con “occhiali” junghiani alcuni fenomeni del nostro tempo? “Leggere o rileggere Jung può significare ridare a questo autore il giusto ruolo che merita nella storia del pensiero, nella pratica clinica e nella ricerca e nella costruzione del significato della propria esistenza”, spiega Marta Tibaldi, analista junghiana e autrice diPratica dell’immaginazione attiva (La lepre) e Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più(Moretti&Vitali). “Tra l’altro molti concetti che sono diventati di uso corrente sono junghiani senza che ne venga riconosciuta la paternità (ad es. complesso, archetipo, ombra)”.
Ma come siamo cambiati rispetto a cinquant’anni fa? Quali sono le patologie del nostro tempo? “Mentre un tempo l’analisi curava l’isteria – ci dice invece Luigi Zoja, già presidente dello IAAP, l’associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, autore di numerosi volumi (l’ultimo è Psiche, edito da Boringhieri) – oggi sono molto diffuse nel genere femminile le patologie alimentari, mentre per il genere maschile dominano le nuove patologie del ritiro: i giovani che non studiano né lavorano per paura della competizione”. “Cinquant’anni fa – interviene Tibaldi – c’erano molti pazienti cosiddetti nevrotici ovvero pazienti con un io che tendeva a contrapporsi alle spinte della psiche inconscia, irrigidendosi. Oggi abbiamo una situazione per certi versi opposta: l’io tende ad essere preda di dinamismi inconsci e non riesce a definire i confini. In entrambi i casi una situazione di squilibrio psichico complessivo che fa vivere male anche se in modi e con effetti molto diversi”. Quali sono invece le utopie contemporanee? “Mi chiedo – risponde Zoja, autore, tra l’altro, di Utopie Minimaliste (Chiarelettere) – come mai una o due generazioni fa ci fosse molto impegno politico e dedizione assoluta e oggi quelle stesse persone non si impegnano allo stesso modo quando in realtà le differenze socioeconomiche aumentano all’interno degli stessi paesi e tra paesi e paesi”.
E i rapporti tra uomo e donna, lungamente (analizzati da entrambi gli specialisti)? “Ho cercato di spiegare, come la critica necessaria al patriarcato e ai suoi eccessi non si sia però accompagnata ad una maggiore presenza femminile ma a un disfacimento del modello paterno buono, facendo strada al maschio competitivo” spiega Zoja. “I rapporti tra generi – interviene Tibaldi – sono in movimento, e sta a noi far sì che siano in movimento positivo”.
Come giudicherebbe Jung l’enorme corruzione diffusa nel nostro paese? “Qui Jung potrebbe dire molto – dice Tibaldi – Prendere seriamente in considerazione la realtà del male significa confrontarci con la distruttività che abita gli uomini assumendosi la responsabilità della scelta etica. Vedi Giobbe di Jung”.
E del nuovo fondamentalismo che avanza? “Ho scritto sul massacro di Parigi – spiega Zoja – sostenendo la necessità di un po’ più di autocritica: non è prudente offendere qualcosa che per altri è sacro. Dopo l’11 settembre, invece, ho cominciato a lavorare sul tema paranoia non solo dei fondamentalisti ma anche nell’Amministrazione Bush. Ma la paranoia esiste anche da noi sotto le vesti del populismo, anche mediatico”. “Il terrorismo islamico – conclude Tibaldi – ci fa vedere di quale orrore siamo capaci e quale sofferenza possiamo infliggere agli altri, ricordandoci anche dell’orrore e della sofferenza di cui anche noi siamo stati artefici all’interno della nostra cultura (Giordano Bruno o le streghe non venivano forse bruciati vivi come ha fatto l’Is?) e in altre culture. Anche in questo caso le risposte psichiche possono essere varie – dalla negazione al rifiuto alla regressione – oppure trasformative nella direzione di un pensiero critico complesso e nell’assunzione di una posizione eticamente responsabile in prima persona”.
Parlare di analisi infine, significa anche parlare delle colpe e dei limiti dell’analisi stessa. “Se un tempo, nel ‘68 c’era un po’ di esagerazione onnipotente nell’illudersi di poter trasformare la natura umana e la società attraverso l’ausilio anche della psicoanalisi – dice Zoja – oggi siamo di fronte all’eccesso opposto, la psicoanalisi si occupa esclusivamente del privato”. “È vero – conferma Tibaldi – è una psicoanalisi che guarda il proprio ombelico e non alza la testa guardando e praticando il mondo, perciò rischia di diventare individualista. Esiste però un mondo molto ampio e diverso dal nostro, la Cina ad esempio, che vive una realtà sociale completamente diversa e in cui la psicologia del profondo sta diventando un grande leva di cambiamento sociale in positivo”.
Elisabetta Ambrosi
(foto: liquida.it)
Per leggere l'intervista su Il Fatto quotidiano:
http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/13Nov2015/13Nov2015f9cf3d461302266ac669b2d879d43ed1.pdf