venerdì 25 settembre 2015

Immaginazione attiva. La pratica del metodo attraverso la lettura di alcuni scritti di C.G. Jung - TRE SEMINARI A MILANO




Marta Tibaldi

Immaginazione attiva. 
La pratica del metodo attraverso la lettura di alcuni scritti di C.G. Jung

 Tre seminari

Milano, settembre - novembre 2015

***
Primo seminario: 26 settembre 2015
Milano, Sede AIPA


Dopo Il metodo dell’immaginazione attiva di C.G. Jung. Tre seminari teorico-pratici tenuti nel 2014-2015 presso le sedi di Napoli e di Milano, con Immaginazione attiva. La pratica del metodo attraverso la lettura di alcuni scritti di C.G. Jung propongo la lettura critica di tre scritti junghiani di particolare interesse per la conoscenza di questo metodo: La funzione trascendente (1916/1957) il VI Capitolo di Sogni, Ricordi, Riflessioni di C.G. Jung, "A confronto con l'inconscio "(1961); alcuni brani scelti dal Libro Rosso di C.G. Jung (2010).

Questi tre scritti descrivono a livelli di astrazione diversa la teoria e la pratica dell’immaginazione attiva e si prestano a un’interessante lettura comparativa. Obiettivo dei tre seminari è quello di approfondire la conoscenza del metodo dell'immaginazione attiva in teoria e in pratica attraverso le stesse parole di Jung.


mercoledì 9 settembre 2015

Attualità della psicoterapia junghiana: elementi teorici e supervisione clinica



Nell'ambito del programma 

Attualità della psicoterapia junghiana: 
elementi teorici e supervisione clinica

 sabato 12 settembre 2015 
dalle ore 14,30 alle ore 17,30

presso 
Associazione Italiana di Psicologia Analitica (A.I.P.A), 
Via Antonio Musa 15 - Roma


Marta Tibaldi 

condurrà 

un gruppo di supervisione clinica


Il gruppo di supervisione clinica si propone di porre in evidenza, attraverso l'elaborazione condivisa di un caso, gli elementi teorici e clinici che più caratterizzano l'approccio analitico junghiano.



venerdì 7 agosto 2015

Il male umano. Settant'anni dopo Nagasaki

Marta Tibaldi
Il male umano. 
Settant'anni dopo Nagasaki

(foto Marta Tibaldi)

Una delle sofferenze più grandi dei sopravvissuti alla bomba atomica è quella di non essere riconosciuti come vittime dei suoi effetti: "quello che viene dalle armi nucleari è infatti un terrore che non ha fine, e' la paura per qualcosa che, nel caso degli uomini, resta nell'organismo, e che nel caso della terra permane nelle sue viscere."

Queste parole sono di Kyoko Hayashi, vittima quattordicenne del bombardamento di Nakasaki del 9 agosto 1945, una delle più grandi scrittrici giapponesi contemporanee, autrice di Nagasaki. Racconti dall'atomica, appena tradotto in italiano e pubblicato dall'editore Gallucci. 

A distanza di settant'anni da questo "crimine contro il genere umano", i "racconti dell'atomica" di Hayashi fanno vivere al lettore ciò che accadde quella mattina di agosto, in cui il cielo era sereno e faceva caldo. L'autrice dà immagini e parole alla sconvolgente esperienza della bomba atomica e, in senso più generale, alla sofferenza causata da azioni umane distruttive e testimonia che con la bomba atomica "l'essere umano ha superato un confine proibito ed è questo il vero tema così difficile da affrontare." (p. 214)

Paura, orrore, senso di colpa, confusione, disorientamento, tentativi di resilienza - commovente la storia di Kinuko che "aveva messo le ossa della madre e del padre in un barattolo vuoto e se lo portava a scuola tutti i giorni" (p. 83) -  casualità, disperazione e molte altre sono le emozioni raccontate dai personaggi di Hayashi, tutti accomunati dallo stupore doloroso per l'enormità dei fatti accaduti: "Le vittime della bomba atomica, prima ancora di essere vittime della guerra o dello scontro generato tra nemici e alleati, sono vittime del genere umano." (p. 216)

L'ordine naturale è sconvolto e le vittime della bomba atomica sono chiamate a confrontarsi con l'impossibile e l'impensato, come ad esempio i vermi che mangiano i corpi feriti dalle schegge e resi molli dalle radiazioni: "Al centro della schiena di Yoko era conficcato un frammento di quattro o cinque centimetri. Wakako lo tirò via velocemente, attenta a non toccare gli altri pezzetti. Lanciando un urlo, Yoko spinse via Wakako, che perse l'equilibrio e finì per appoggiare la mano in mezzo alla schiena di Yoko. Yoko ansimò e si raggomitolò ancora di più. In quel momento dalla sua schiena cadde qualcosa: era una larva." (p. 51)

Leggo i racconti di Hayashi e sono colpita, una volta di più, dalla capacità, tutta e terribilmente umana, di generare sofferenza e danni irreversibili ad altri esseri umani (ma anche agli animali e alla natura): un potenziale umano di morte che spesso è messo in atto nell'inconsapevolezza o nella negazione della sua portata di danno e di sofferenza, o all'estremo opposto, nella volontà consapevole di creare quella sofferenza e quel danno, quella distruzione fisica e psichica.

Penso a questi atti e mi chiedo quanto essi possano essere mossi dalla massiccia proiezione di emozioni di fondo non elaborate quali la nostra vulnerabilità, il senso di impotenza e la nostra angoscia esistenziale. In questo senso Nagasaki settant'anni dopo può essere un invito a ripensare - o forse anche a pensare per la prima volta - il rapporto che abbiamo (o non abbiamo) con il male umano che ci abita, assumendocene la responsabilità morale: "Sono passati settant'anni dalla fine della guerra e in tutti questi anni ho continuato a vivere con 'un nemico interno'. Questa espressione si riferisce alle sostanze radioattive assorbite dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki, dalle vittime di seconda generazione nonché da tutti coloro che sono stati coinvolti in incidenti nucleari. Le sostanze radioattive assorbite dall'organismo aderiscono agli organi interni e continuano a emettere radiazioni, anche se in quantità minima. In questo senso si tratta di un 'nemico interno' che ci accompagna. È un problema che si ricollega alla vita dei nostri figli, dei nostri nipoti,alla sopravvivenza della specie. Non è un problema ideologico. Non è un problema che riguarda gli Stati. È un problema che riguarda ciascuno di noi. Per questo motivo, da superstite di Nagasaki, continuo a raccontare il 9 agosto 1945." (p.11)

A noi che non eravamo a Nagasaki il dovere di condividere il dolore dei sopravvissuti, accogliendone il grido: "Non sono serviti a niente il 6 e il 9 agosto? Non è stato tratto nessun insegnamento dall'essere un Paese vittima della bomba atomica e dalla lunga esperienza dei sopravvissuti? Se tutto questo fosse servito a qualcosa, io e le altre vittime troveremmo un minimo di conforto. [...] Quello che ognuno di noi desidera [...] è essere riconosciuti come vittime sofferenti per gli effetti della bomba atomica." (p. 210 e p. 216)


(ofwgktadgaflsbb.deviant.com)

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