mercoledì 7 giugno 2023

M. Tibaldi con S. Massa Ope, Pandemia e trasformazione. Un anno per rinascere, Moretti & Vitali, Bergamo 2021



Pandemia e trasformazione. Un anno per rinascere

Moretti & Vitali, Bergamo 2021

Marta Tibaldi con Simona Massa Ope

“Ricorderemo il 2020 come l’anno della pandemia da Covid-19 e sapremo di averlo vissuto.” Con queste parole si apre il racconto dell’anno di pandemia di Marta Tibaldi che nel libro Pandemia e trasformazione. Un anno per rinascere racconta che cosa ha fatto di un tempo eccezionale come quello della pandemia.

Più di dodici mesi di pandemia hanno sconvolto gli esseri umani ma hanno offerto, nel contempo, la possibilità di una trasformazione profonda del proprio modo di essere e di vivere, aprendo a nuove visioni di sé e del mondo.
L’anno di Marta Tibaldi e la sua rinascita sono stati caratterizzati da una lettura inconsueta, ma molto utile dal punto di vista pratico, quale la mappa alchemica delle trasformazioni psichiche. Si tratta di una modalità che coglie con grande accuratezza psicologica i dinamismi del trauma pandemico, focalizzandone le potenzialità trasformative e offrendo gli strumenti per farne un’esperienza di rinascita.
Il libro ha un’Introduzione di Alessandra De Coro, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e una Postfazione di Andrea Pamparana, giornalista sensibile e attento alle tematiche junghiane e osservatore critico della complessità del vivere nel tempo attuale.


Jung e la metafora viva dell'alchimia, S. Massa Ope, A. Rossi, M. Tibaldi (a cura di), Moretti & Vitali, Bergamo 2020


Jung e la metafora viva dell'alchimia 

S. Massa Ope, A. Rossi, M. Tibaldi (a cura di) 

Moretti e Vitali, Bergamo 2010


Jung considera l’opus alchemico una metafora del processo d’individuazione, di quel dinamismo vitale che è presente in ogni essere umano e che tende al suo più completo e compiuto sviluppo psicofisico. Sebbene per gli psicologi analisti junghiani la metafora alchemica sia un riferimento teorico-clinico essenziale per comprendere le dinamiche emotive dei pazienti in analisi e uno strumento pratico per orientarsi nei diversi snodi del processo d’individuazione, ai non addetti ai lavori il rimando a un sapere così lontano e desueto può risultare di difficile comprensione e di scarsa utilità clinica. Jung e la metafora viva dell’alchimia. Immagini della trasformazione psichica si propone di illustrare l’attualità della metafora alchemica e delle sue immagini di trasformazione. Quando impariamo a “guardare in trasparenza” la metafora alchemica, comprendendone le indicazioni prospettiche, l’opera al nero, l’opera al bianco e l’opera al rosso diventano esperienza viva che riguarda personalmente ognuno di noi: scopriamo infatti che la ‘prima materia’ da trasformare in ‘oro filosofico’ siamo noi stessi, verso il pieno compimento della nostra esistenza.

Nel mio saggio “L’opera al rosso. Il “compimento”. Stati di rubedo nell’esperienza analitica” tratto il tema del “compimento”- ovvero la realizzazione, il raggiungimento, la meta del processo alchemico stesso –  avendo come riferimento i movimenti di integrazione degli opposti psichici, che caratterizzano il processo di individuazione junghiano: nell’esperienza della rubedo la soggettività psichica si unisce alla dimensione impersonale dell’esistere, rendendo possibile la realizzazione della “pietra filosofale”, ovvero la piena integrazione  della vitalità che ci anima. Gli psicologi analisti che utilizzano la metafora alchemica nella clinica rendono attuale la vitalità di questo antico simbolismo, consapevoli che la psicologia junghiana non si limita alla cura della patologia psichica, ma valorizza l’esistenza umana in tutte le sue potenzialità consce e inconsce, personali e impersonali: in questo senso la metafora alchemica è un riferimento teorico e uno strumento clinico per addentrarsi nelle ‘oscurità’ della psiche (nigredo), verso la chiarezza della coscienza riflessiva (albedo), fino all’integrazione consapevole dei vissuti di rigenerazione psicofisica, che provengono dal Sé e dallo “spirito di vita” che ci abita (rubedo).

venerdì 28 aprile 2023

M. Tibaldi, Pandemia e post-pandemia. Come siamo cambiati

 

Nell'ambito della mattinata  Sopravvivere, vivere, condividere, organizzata dall'Università di Siena per riflettere sugli effetti di ciò che abbiamo vissuto negli ultimi tre anni e per rispondere nel modo più adeguato alla realtà attuale, nella relazione Pandemia e post-pandemia. Come siamo cambiati tratterò il tema di ciò che è accaduto e di come siamo diventati da quattro vertici di osservazione:

1. le nostre risposte ai vissuti di pericolo;

2. le esperienze dei pazienti in analisi;

3.  le richieste degli adolescenti;

4. i comportamenti nel posto di lavoro;

Nella mattinata saranno indicati percorsi di consapevolezza per un migliore rapporto con noi stessi e con gli altri.


sabato 15 aprile 2023

Marta Tibaldi, A proposito di chirurgia estetica


Marta Tibaldi

A proposito di chirurgia estetica


Il testo completo dell'intervista rilasciata a Elisabetta Ambrosi (Il Fatto quotidiano) a proposito del docufilm di Vincenzo Peluso "Specchio delle mie brame" (Prime video)

***

“C’era stato un tempo in cui le donne utilizzavano la bellezza soprattutto per avere potere sugli uomini. Oggi sembra che siamo tornati indietro. Le donne si sottopongono a interventi di chirurgia plastica anche impegnativi e rischiosi, come d’altronde ogni operazione chirurgica, per essere sessualmente desiderabili dagli uomini. Varrebbe la pena riflettere su questo aspetto, siamo in una logica che quindi tende a essere orientata e definita dal desiderio maschile.”. 

 

La dottoressa Marta Tibaldi, psicoterapeuta, psicologa analista con funzione didattica e disupervisione presso l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica e l’InternationalAssociation for Analytical Psychology, è la “voce riflessiva” che interviene nel documentario di Vincenzo Peluso, Specchio delle mie brame (su Prime video), un viaggio nel mondo della chirurgia estetica attraverso il lavoro del chirurgo plastico Riccardo Iannuzzi. “Mi hanno chiesto di commentare quello che vedevo, ho cercato di evitare stroncature drastiche, perché la chirurgia plastica è ormai un fatto collettivo di cui prendere atto e su cui riflettere. Ma non posso negare che i pazienti del documentario mi hanno colpito piuttosto negativamente per il modo digiustificare le loro decisioni. 

 

Tibaldi, può spiegarci perché?

 

Mi è sembrato di vedere costantemente quella che potremmo definire, in modo paradossale, la “coscienza inconscia” delle persone. In parole più semplici, ho visto persone che pensano di sapere delle cose di sé, ma in realtà stanno razionalizzando una grande inconsapevolezza. Infatti, nessuno dei protagonisti ha difetti che sono realmente da operare e sull’intervento vengono messe aspettative di altro genere.

 

Lei nel documentario sostiene che cercare la perfezione è un errore. In che senso?

 

La perfezione è un ideale di bellezza statico, immobile. Ma c’è solo un tipo di bellezza statica, quella delle statue (che non sono vive), ovvero delle maschere mortuarie, a cui in effetti alcuni visi riempiti di botulino assomigliano. Un corpo vivente non può essere perfetto, perché finché sei vivo il corpo cambia. Si tratta di un tentativo (illusorio) di bloccare la vita che scorre, un analogo di ciò che accade nelle esperienze traumatiche, che sono situazioni di blocco emotivo a cui però si cerca in tutti i modi di porre rimedio – o, appunto, nel caso della morte. Bisognerebbe semmai puntare alla completezza, che è cosa ben diversa dalla perfezione. Ma poi c’è un altro problema.

 

Quale?

 

La perfezione si basa su canoni estetici collettivi – la pubblicità, gli influencer – e questo significa che l’accettazione di noi stessi passa per lo sguardo dell’altro, è quello che conferma la mia identità. Siamo a livelli psicologici arcaici. In questo senso c’è una grande inconsapevolezza di sé e un’incapacità di valutare il dato reale. Si è definiti ancora solo e soltanto dallo sguardo altrui. Altri che come dicevo, nel caso delle donne, spesso sono degli uomini. 

 

Lei mette sotto accusa anche i chirurghi.

 

Più che accusarli, vorrei metterli in guardia. Quale potrebbe essere alla lunga l’effetto di queste operazioni sullo stesso medico? Quanto gli stessi medici rischiano di ammalarsi a furia di fare interventi per così dire inutili dal punto di vista strettamente chirurgico, diversi da quelli nei quali la chirurgia plastica interviene su persone realmente deturpate? Certo, i medici plastici estetici con il loro lavoro possono diventare molto ricchi, ma alla lunga il troppo denaro non rischia di fare perdere loro la capacità di desiderare, insieme al senso profondo del loro fare e della loro abilità? Ricerche sulla felicità ci dicono, tra l’altro, che oltre una certa soglia di reddito, la percezione di benessere decresce. Poi esistono anche rischi concreti di essere insultati o aggrediti se il paziente non è soddisfatto o se è instabile emotivamente e ha proiettato sulle operazioni aspettative irrealizzabili, come spesso accade.

 

I chirurghi dovrebbero saper dire anche di no?

 

Certo, proprio come noi analisti a volte rifiutiamo di prendere un paziente e di analizzarlo, perché magari non ne ha bisogno o per altri motivi, anche i chirurghi dovrebbero potere rifiutare alcune richieste. O quanto meno cercare di problematizzare la richiesta con i pazienti, preparandoli, ad esempio, ai rischi dell’operazione e alla loro possibile insoddisfazione. Secondo me potrebbe essere utile prevedere un colloquio psicologico, per aiutare le persone a vedere ciò che stanno per fare. Più in generale, mi sembra che la domanda da porsi sia: dove stiamo andando e dove vogliamo andare?

 

In che senso? 

 

Lo specchio in cui ci vediamo, in cui questi pazienti si rispecchiano è uno specchio spesso deformato, nel senso che i pazienti si specchiano nello specchio di ciò che la società vuole. In altre parole, se tutto può essere comprato e venduto, se tutto è merce, anche i corpi perfetti sono merce, in questo senso dobbiamo ringraziare la tv commerciale, le immagini e i valori che veicola e tutto ciò che ne consegue. Se almeno avessimo la consapevolezza che questa bellezza è strettamente legata a una società capitalista che ci mercifica, avremmo fatto un passo avanti. Di nuovo, il problema non è operarsi o meno, ma semmai farlo con una maggiore consapevolezza delle variabili in gioco.

 

Ma esiste davvero un modo consapevole di operarsi?

 

Certamente. Nella mia esperienza come psicoanalista ho avuto pazienti che si sono sottoposti a chirurgia plastica. Ma prima che accadesse, abbiamo fatto un lavoro (usando, ad esempio, anche il lavoro sui sogni), sul significato di questa scelta e sulle paure legate ai rischi dell’operazione. Ad esempio una paziente, che voleva a tutti i costi operarsi al seno, ha portato in terapia il suo terrore di morire e di lasciare i figli orfani, con profondi sensi di colpa che rimandavano a vissuti traumatici del passato. Solo dopo avere reso consapevoli questi diversi aspetti, la paziente si è potuta operare in maniera consapevole, assumendo anche i rischi dell’operazione. Nei pazienti del documentario, invece, ho visto, invece, soprattutto negazione.


Copyright 2023

lunedì 6 febbraio 2023

M. Tibaldi, Spare. Un gigantesco agito distruttivo?

Marta Tibaldi

Spare.

Un gigantesco agito distruttivo?

 

            Mi ero riproposta di leggere Spare, l’autobiografia di Harry, principe di Windsor, più per dovere di cronaca che per curiosità, ma prima di comprare il libro ho voluto guardarne l’estratto. Devo dire che mi sono trovata nella stessa situazione di quando ho letto, svariati anni fa, Cinquanta sfumature di grigio: entrambi i libri mi sono sembrati da subito noiosissimi, se non inutili. Si tratta infatti di scritti nei quali il pettegolezzo e la chiacchiera da bar diventano genere letterario. La superfetazione pubblica della vita privata è definitivamente tracimata oltre quelli che sembrano essere ormai dei punti di non ritorno e ha dato vita a un tipo di narrazione che appassiona molti - pensiamo all'altissimo numero di copie vendute già il primo giorno della pubblicazione - ma forse non tutti. Sicuramente non appassiona me. Ad ogni buon conto ho letto con attenzione l’estratto di Spare perché ho pensato che mi potesse interessare in quanto storia di un lutto traumatico. 

    Intanto cominciamo con il dire che il libro non è stato scritto di suo pugno dal principe Harry; fatto che mi ha stupito e mi ha colpito negativamente: è possibile che il protagonista di fatti così gravi non sia stato in grado di scrivere direttamente la propria storia, magari sotto la supervisione di un editorSpare infatti è stato scritto da J. R. Moheringer, il ghost writer più famoso del momento. Ho pensato allora di trovarmi di fronte a una scrittura professionale – probabilmente lo è – il cui contenuto però rimane quello del pettegolezzo. Spare sembra il racconto del maggiordomo che spia il principe dal buco della serratura: peccato che questa volta a spiare e a raccontare dal buco della serratura sia lo stesso principe. 

            Ma procediamo con ordine. La citazione iniziale la possiamo considerare, insieme al titolo, il programma del libro: “Il passato non muore mai. / Non è nemmeno passato.” La citazione è tratta da Faulkner e, sapendo che Harry viene dal trauma infantile della morte della madre, con queste parole l'autore sembra dire al lettore che lui si trova ancora là, in un passato che non è passato. Da questo punto di vista il libro confermerebbe l'ipotesi della narrazione post-traumatica di un lutto non risolto. C’è però un altro tema, messo in campo, questa volta, dal titolo del libro: Spare, il minore, la ruota di scorta. Qui non si tratta più di trauma, ma di un vissuto che sembrerebbe riguardare il mettersi a paragone con altri, forse non accettando un dato di fatto: essere il secondo. Se questa disparità strutturale tra i fratelli vale in ogni famiglia – a questo proposito forse a Harry farebbe bene leggere qualcosa di Alfred Adler – nel caso della monarchia ciò vale ancora di più: An Heir and a Spare (Un erede e una riserva), come dicono informalmente gli inglesi. C'è un erede diretto e un secondo in linea di successione, ma l'espressione inglese non sottovaluta il secondo, quanto piuttosto sancisce un dato di fatto delle leggi monarchiche.  Il libro sembrerebbe quindi trattare due temi – il lutto traumatico e la difficoltà di accettare un dato di fatto. 

    Arriviamo poi all’incipit del ghost writer: “Un libro eccezionale, denso di particolari, rivelazioni e riflessioni intime, illuminato dalla consapevolezza – conquistata a caro prezzo - che l’amore vince sempre sul dolore”: una sorta di captatio benevolentiae del lettore per interposta persona da parte del ghost writer? Qui sorge una domanda più radicale: siamo davvero sicuri che il libro testimoni la vittoria dell’amore sul dolore o invece - come sembra ormai evidente dal calo di popolarità del principe a un mese dalla pubblicazione del libro – che la sua confessione dal buco della serratura in realtà non sia un gigantesco agito distruttivo, di cui forse soltanto se ne comincia a vedere la portata? In realtà ho sempre pensato che l'identificazione unilaterale del principe con il ruolo di vittima contenesse in sé un grandissimo pericolo di ribaltamento. Spare sembra segnare l'inevitabile turning point di Harry, principe di Windsor, che da vittima è diventato carnefice di sé stesso. Con queste riflessioni nella mente, ho deciso di non leggere il libro.

Copyright 2023

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