C.G. Jung's Analytical Psychology between Italy and China - Dr. Marta Tibaldi Professional Profile and Publications

domenica 25 ottobre 2015

Colorare fa bene. Colorare mandala ancora di più (ma senza essere ingenui)

(foto: dottorgadget.it)

Marta Tibaldi
Colorare fa bene. Colorare mandala ancora di più 
(ma senza essere ingenui)

La moda attuale di colorare è una pratica salutare che può attivare contenuti emotivi anche disturbanti. Come tutte le attività che coinvolgono dimensioni inconsce della psiche anche colorare richiede prudenza e consapevolezza psichica.

E' recente la notizia che colorare fa bene alla salute. Lo  psicologo Ben Michaelis (fonte: Bustle) sostiene che l'azione del colorare abbia tra i suoi effetti positivi anche quello di rilassare l'amigdala, la parte del cervello che processa le emozioni, soprattutto la paura. L'azione del colorare produrrebbe una condizione psicofisica simile a quella della meditazione: la mente si svuota dai pensieri e dalle preoccupazioni e, concentrandosi sull'immagine da colorare, dà libero corso allo spontaneo fluire dei processi psichici.

Jung fu ben consapevole che disegnare e colorare i propri disegni avesse un effetto calmante sulla psiche e aprisse la mente alle dinamiche del processo di individuazione e al confronto con l'inconscio. Negli anni di quella che Henri F. Ellenberger definisce la sua "malattia creativa", lo zurighese fece fronte al turbolento e pericoloso costellarsi di emozioni intense grazie anche al disegnare e al colorare.

(foto: veneziadavivere.com)

Il Libro Rosso raccoglie i sogni, le fantasie, le visioni e le immaginazioni attive degli anni della grande crisi e dei profondi cambiamenti compresi tra il 1913 e il 1930 ed è  anche un'affascinante galleria dei disegni di Jung, soprattutto in forma di mandala.

Il mandala in sanscrito significa "cerchio magico" e simbolicamente è un analogo del temenos greco, lo spazio riservato al culto del dio. Per Jung il mandala è la rappresentazione visibile delle dinamiche inconsce profonde, personali ma soprattutto archetipiche: disegnare e colorare mandala è un modo per entrare intenzionalmente in relazione con il Sé, con la parte più profonda della psiche, partecipando attivamente al processo di individuazione.

L'attuale moda di colorare libri di disegni è senza dubbio una pratica salutare che può produrre un effetto di rilassamento e di benessere sulla coscienza. Non bisogna però dimenticare che a ogni rilassamento cosciente corrisponde un'attivazione inconscia le cui manifestazioni non possiamo prevedere a priori.

Ben vengano dunque i libri per colorare, consapevoli però dell'attivarsi della totalità psichica, dell' "evocazione del dio": "Un elemento caratteristico di ogni viaggio attraverso l'inconscio è il verificarsi di ciò che Jung ha chiamato enantiodromia. Questa parola, che risale a Eraclito, significa il "ritorno dell'opposto". Certi processi mentali si trasformano a un certo punto nei loro opposti, come ad opera di una sorta di autoregolazione. [...] Questo misterioso fenomeno di spontaneo capovolgimento della regressione è stato sperimentato da tutti coloro che sono passati con successo attraverso   una malattia creativa, ed è diventato un aspetto caratteristico della terapia sintetico-ermeneutica junghiana." (H.F. Ellenberger, La scoperta dell'inconscio. Storia della psichiatria dinamica, Boringhieri, Torino 1970, p. 826).

Coloriamo dunque e coloriamo mandala con rilassamento e benessere, ma non facciamolo ingenuamente: "Conosciamo soltanto la superficie delle cose, sappiamo soltanto come esse ci appaiono, e dobbiamo perciò farci molto modesti. [...]Soltanto] chi percepisce contemporaneamente la propria ombra e la propria luce, vede se stesso dai due lati e, in tal modo, raggiunge il centro." (C.G. Jung, Bene e male nella psicologia analitica, O 11, p. 471 e p. 475).


(foto: simbolivivi.com)

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mercoledì 21 ottobre 2015

Marta Tibaldi, "Piccoli loti d'oro. A proposito dell'uso di fasciare i piedi in Cina"



(foto: maat84.blogspot.com)

E' appena stato pubblicato il mio articolo sull'uso di fasciare i piedi in Cina

Marta Tibaldi
Piccoli loti d'oro. 
A proposito dell'uso di fasciare i piedi in Cina

Il nome  è evocativo e poetico, la realtà brutale: i Loti o Gigli d'oro sono infatti i piedi delle donne cinesi piegati a forza, fasciati e deformati secondo l'uso diffuso tra l'XI e il XII secolo e la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong (1949). 

La pratica della fasciatura forzata aveva l'obiettivo di dare ai piedi femminili la forma della mezzaluna, imprimendo all'andatura delle donne un movimento ondeggiante, instabile e insicuro che gli uomini ritenevano particolarmente affascinante: più o piedi erano piccoli - la fasciatura riusciva a ridurli alla lunghezza di otto centimetri circa - maggiore era per la donna la possibilità di un buon matrimonio e di uno status sociale elevato.



da: M. Tibaldi, "Piccoli loti d'oro. A proposito dell'uso di fasciare i piedi in Cina", Qui Libri. La rivista di chi legge, 31/settembre-ottobre 2015, pp. 32-33


giovedì 15 ottobre 2015

A Post-Jungian Italian Perspective on Psychoanalysis and Psychotherapy in China


A reflection on practising analytical psychology in East Asia from an Italian post-Jungian perspective: I would call it a "radical" perspective, mainly based on the extensive use of the Jungian method of active imagination, following the publication of Jung's Red Book.





Marta Tibaldi
Practising Analytical Psychology in East Asia: 
a Post-Jungian Italian Perspective


Two years after "Jung, Asia and Inter-Culture: Jung across Cultural Borders", the first-ever International Conference on Carl Gustav Jung an his Red Book, held in Taipei, Taiwan, in October 2013, in the paper "Practising Analytical Psychology in East Asia: a Post-Jungian Italian Perspective", published in Psychoanalysis and Psychotherapy in China (volume 1, 2015: pp. 78-96), Marta Tibaldi presents an updated reflection on her experience with East Asian trainees and clients and on some of the characteristics and difficulties that it entails from a post-Jungian perspective.

First of all, the encounter with a different culture such as the East Asian one requires the Jungian analyst to be aware of any cultural projection or countertransference he/she might have had beforehand, processing at the same time any possible cultural transference or projections on the part of the trainees and clients.

A second reflection focuses on the use of English, usually the working language in East Asia, as a paradoxical bridge that might facilitate the analytic encounter, highlighting the quality of the analytical relationship and indicating the client's inner dynamics.

The last reflection is about the need to interweave psychic experiences common to all human beings with the cultural images through which they are declined, aiming at achieving a cross-cultural imaginal narrative thanks to the method of active imagination.

"Active Deep Writing", a new form of active imagination through writing, developed by the author and tailored to the East Asian trainees' and clients' cultural characteristics, is then briefly described as a cross-cultural way to process the personal, cultural and archetypal aspects of their analytical experience.



Abstract from:

M. Tibaldi, "Practising Analytical Psychology in East Asia: 
a Post-Jungian Italian Perspective", 
in Psychoanalysis and Psychotherapy in China 

Volume 1, 2015: pp. 78-96, Karnac.




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